La grande occasione perduta
Riccardo Lombardi tra Fanfani e Moro, il centrosinistra non poteva ridursi a una nuova formula parlamentare ma doveva rappresentare un salto di qualità
Più che un uomo di governo, era il teorico del socialismo riformatore
Il centrosinistra era ormai nato. Le riforme che ne avevano accompagnato l’avvio avevano inaugurato una stagione nuova della Repubblica. Il problema non era più costruire l’incontro tra cattolici democratici e socialisti, ma dare continuità e profondità a quel progetto. Da questo momento il confronto si spostò dall’esterno all’interno della stessa maggioranza. Fu allora che emerse con ancora maggiore evidenza la figura di Riccardo Lombardi. Più che un uomo di governo, era il teorico del socialismo riformatore. Più che amministrare il potere, gli interessava trasformare la società italiana attraverso quella che definiva la strategia delle riforme di struttura. Per lui il centrosinistra non poteva ridursi a una nuova formula parlamentare: doveva rappresentare un salto di qualità nella storia dello Stato repubblicano.
Proprio questa diversa concezione del riformismo fece emergere le prime tensioni nel PSI. Pietro Nenni riteneva prioritario consolidare l’ingresso dei socialisti nell’area di governo, anche accettando compromessi e gradualità. Lombardi, invece, considerava quella partecipazione uno strumento e non un fine. Se il programma fosse stato progressivamente annacquato, il centrosinistra avrebbe perso la propria ragion d’essere. Lo scontro esplose il 3 settembre 1963, nella riunione della Direzione socialista destinata a passare alla storia come la notte di San Gregorio. La maggioranza autonomista, fino ad allora compatta, si divise clamorosamente. Lombardi rifiutò di ratificare gli accordi per il governo quadripartito già definiti da Pietro Nenni e Aldo Moro. Non era una rottura personale con Nenni, ma un dissenso politico profondo. Temeva che il PSI entrasse nel governo senza avere ottenuto adeguate garanzie sull’attuazione del programma riformatore. Pochi mesi dopo, al Congresso di Roma, Lombardi non si oppose all’ingresso del PSI nel primo governo organico di centrosinistra. Tuttavia rifiutò di farne parte. Era una scelta che rifletteva il suo modo di intendere la politica: preferì continuare la battaglia delle idee dalla direzione dell’Avanti!, convinto che il compito dei socialisti fosse quello di mantenere viva la tensione riformatrice, anche quando il governo fosse stato tentato dalla prudenza o dal compromesso.
Col passare del tempo, quella scelta si sarebbe rivelata profetica. Lombardi comprese prima di altri che il vero rischio non era la caduta del centrosinistra, ma il suo lento svuotamento politico. Una coalizione può sopravvivere anche a lungo; molto più difficile è conservare intatta la forza ideale che ne aveva reso possibile la nascita. Da questo punto in avanti si sviluppa il nodo centrale della vicenda: il diverso rapporto che Riccardo Lombardi instaurò con Amintore Fanfani e con Aldo Moro. Due statisti della Democrazia cristiana, due personalità diversissime, due differenti modi di intendere il riformismo e l’esercizio del governo. È proprio nel confronto con loro che emerge il giudizio più maturo di Lombardi sul successo e, soprattutto, sul progressivo declino del centrosinistra. È difficile stabilire con precisione quando finì il centrosinistra. Miriam Mafai osservò che sono incerte sia la data della sua nascita sia quella della sua conclusione. In effetti, nessuna esperienza politica di quella portata si esaurisce in un giorno preciso. Nasce lentamente, si consolida attraverso compromessi e riforme, poi, quasi senza accorgersene, perde lo sviluppo originario. Nasce lentamente, si consolida attraverso compromessi e riforme, poi, quasi senza accorgersene, perde lo slancio originario.
Per Riccardo Lombardi, tuttavia, il momento della svolta fu assai precoce. Egli riteneva che la parabola discendente fosse iniziata già con la crisi del primo governo Moro, nel giugno del 1964. Ufficialmente lo scontro riguardava il finanziamento della scuola privata; in realtà, dietro quella crisi si celava un contrasto ben più profondo sulla politica economica e sul significato stesso del centrosinistra. La vera posta in gioco era la strategia delle riforme di struttura. Lombardi era convinto che il governo dovesse utilizzare la programmazione economica come leva per modificare gli equilibri sociali ed economici del Paese. La crisi congiunturale, al contrario, spinse una parte della Democrazia cristiana verso politiche più prudenti, mentre aumentavano le pressioni dei grandi gruppi economici contrari a un rafforzamento dell’intervento pubblico.
A quel clima di crescente incertezza si aggiunsero le tensioni istituzionali culminate nel Piano Solo, predisposto dal generale Giovanni De Lorenzo. Pur non essendosi tradotto in un colpo di Stato, quel progetto contribuì ad alimentare un clima di forte preoccupazione e rafforzò, nei settori più innovatori del centrosinistra, la convinzione che ogni tentativo di riforma profonda avrebbe incontrato resistenze non soltanto politiche, ma anche istituzionali. Ebbi modo di parlare a lungo di quella stagione con Riccardo Lombardi durante un viaggio da Roma a Bari. Pernottammo nel capoluogo pugliese e il giorno seguente ci spostammo ad Andria, dove avrebbe concluso la campagna elettorale per le elezioni amministrative. Fu una conversazione che ricordo ancora con straordinaria nitidezza. Lombardi mi confidò che il centrosinistra aveva iniziato a perdere la propria forza propulsiva nel momento in cui la guida del governo era passata da Amintore Fanfani ad Aldo Moro. Il giudizio non nasceva da preferenze personali, ma da una diversa valutazione dei due uomini di Stato.
Di Fanfani apprezzava il decisionismo. I confronti erano spesso aspri, talvolta persino durissimi, ma avvenivano alla luce del sole. Le posizioni erano chiare e, una volta raggiunto un accordo, il presidente del Consiglio cercava di tradurlo in atti di governo. Con lui era possibile misurarsi politicamente, sapendo che dietro ogni trattativa vi era una precisa volontà di decidere. Diverso era il giudizio su Moro. Lombardi riconosceva allo statista pugliese qualità straordinarie di equilibrio, intelligenza e mediazione. Tuttavia riteneva che proprio quella continua ricerca del punto di incontro finisse spesso per attenuare il significato delle scelte politiche. Mi disse, con una delle sue efficaci immagini, che il programma di governo nelle mani di Moro era «come un pezzo d’argilla»: cambiava continuamente forma, ma faticava a consolidarsi in una direzione precisa. Ricordava come particolarmente estenuanti le trattative sulla costituzione dell’ENEL e sulla definizione di altri passaggi fondamentali del programma riformatore. Aveva l’impressione che ogni decisione fosse il risultato di un paziente lavoro di limatura, nel quale il compromesso tendeva progressivamente a prevalere sull’innovazione.
Naturalmente questo era il giudizio di Riccardo Lombardi, non un verdetto storico definitivo. Aldo Moro perseguiva un diverso disegno politico: consolidare la democrazia italiana attraverso un equilibrio largo e duraturo tra le principali culture popolari del Paese. Lombardi, invece, riteneva che senza una forte spinta riformatrice quell’equilibrio avrebbe finito per trasformarsi in immobilismo. Da quella differenza di impostazione nacque una delle più significative dialettiche della storia repubblicana. Nessuno dei due aveva completamente ragione o completamente torto. Entrambi cercavano di rafforzare la democrazia italiana, ma seguendo strade diverse: Moro attraverso la mediazione, Lombardi attraverso l’innovazione.
A oltre sessant’anni di distanza, il centrosinistra continua a rappresentare la più ambiziosa esperienza riformatrice dell’Italia repubblicana. Molte delle sue intuizioni hanno resistito al tempo; altre si sono fermate davanti alle resistenze del sistema politico, economico e internazionale. Resta però una lezione che conserva ancora oggi tutta la sua attualità: le grandi riforme non nascono dalla sola conquista del governo, ma dalla capacità di mantenere una visione politica, una cultura di governo e il coraggio di tradurle in decisioni concrete. Riccardo Lombardi comprese prima di molti altri che il rischio più grande non era perdere il potere, ma smarrire la ragione ideale per la quale quel potere era stato conquistato. È probabilmente questa l’eredità più preziosa che il riformismo degli anni Sessanta consegna ancora oggi alla politica italiana.
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