Matteo Richetti, capogruppo di Azione alla Camera, è tra i protagonisti del dialogo che punta a ricostruire uno spazio politico europeista, liberale e riformista. In questa intervista analizza la fase nuova del centro, la scelta di Pina Picierno, le ambiguità del Pd e la necessità di costruire un’alternativa ai populismi.

Richetti, nel mondo del centro si respira un clima nuovo. Che cosa sta succedendo?
«Forse l’Italia non rimane indifferente al fatto che il mondo sta cambiando con una velocità e una crudeltà tali da imporre una visione del Paese e dell’Europa completamente diversa da quella che abbiamo avuto fino a oggi. Se la politica non rimane indifferente a queste trasformazioni, sente il bisogno di approntare una proposta politica nuova. È quello che sta accadendo nello spazio più europeista e riformista del mondo liberale italiano. Penso alla scelta di Pina Picierno, ma anche al lavoro costante e tenace di Azione: Carlo Calenda si è dimostrato un leader più forte di ogni critica. Dopo una legislatura difficile, siamo l’unico partito nato per stare all’opposizione come Terzo Polo e che continua a candidarsi a costruire un’alternativa a questa destra».

La scelta di Pina Picierno segna uno spartiacque?
«Io credo di sì. E credo che richieda rispetto. Anch’io ho lasciato il Pd con profonda amarezza. Sono stato parte della generazione che, dopo l’Ulivo, trasformò quel progetto in partito. Quando ho visto il Pd sostenere il governo Conte dopo le nozze con Salvini, ho pensato che stesse crollando qualcosa di troppo profondo per far finta di nulla. Credo che Pina Picierno abbia vissuto qualcosa di simile».

In che senso?
«Quando il tuo partito non trova più il coraggio e la forza di dire che gli impegni con la Nato si rispettano, quando non riesce più ad affermare che il sostegno all’Ucraina richiede anche una dimensione militare, oltre che politica e diplomatica, allora significa che qualcosa si è smarrito. La nettezza che serve in questi passaggi il Partito Democratico l’ha persa. Oggi una parte della sinistra dice: niente spese militari nazionali, sì alla difesa comune europea. Che però, semplicemente, non esiste. Non esiste una struttura operativa. Non esiste una catena di comando. Non esiste uno strumento militare europeo da finanziare. Dire “no alle spese militari ma sì alla difesa comune” significa non fare nulla».

Perché ritiene così urgente questo passaggio?
«Perché il mondo sta cambiando. E perché oggi c’è una coincidenza storica che non si era mai verificata: Stati Uniti, Russia e Cina hanno interessi convergenti nel ridimensionamento e nella frammentazione dell’Europa. È il grande tema che in Italia viene sottovalutato: siamo in equilibrio sopra la follia».

Il fenomeno Vannacci si inserisce in questo scenario?
«Assolutamente sì. Sarebbe sbagliato considerarlo un fenomeno soltanto personale o soltanto italiano. Esiste una destra radicale europea che si riconosce in concetti come la remigrazione e in una visione quasi oscurantista della società. Tutti guardano con preoccupazione alla crescita di Le Pen e Bardella in Francia o dell’AfD in Germania. In Italia c’è un timore concreto: che Vannacci diventi la seconda forza della coalizione di destra».

Perché Azione continua a difendere il sistema proporzionale?
«Perché evita alleanze forzate. Una legge maggioritaria costruita in questo modo obbliga forze molto diverse a stare insieme soltanto per impedire la vittoria dell’avversario. Il risultato è l’incoerenza di governo. Lo vediamo già oggi: Tajani sostiene apertamente la ratifica del Mes, ma il Mes non viene ratificato perché dentro la maggioranza ci sono forze che sostengono il contrario».

L’Europa è pronta?
«Chi vive il problema sulla propria pelle non lo sottovaluta. La Germania sta investendo enormemente sulla difesa. In Finlandia e in Estonia si addestrano i giovani. Nei Paesi che vivono il rischio ogni giorno nessuno pensa che il problema non esista. Noi invece continuiamo a discutere come se fossimo al riparo dalla storia».

In questo quadro nasce il dialogo tra Azione, Pld, Picierno e il mondo europeista?
«Sì. L’idea è costruire un campo europeista e democratico che oggi manca all’Italia. Un campo che non abbia ambiguità sull’Europa, sulla Nato, sull’Ucraina e sulla necessità di rafforzare la difesa comune. Perché le sfide che abbiamo davanti richiedono chiarezza, non equilibrismi».

L’appuntamento indetto da Europeisti, lunedì a Milano può segnare una svolta?
«Può essere l’inizio di un cammino. Parlare serve per costruire un percorso comune. Non c’è dubbio che queste forze debbano arrivare insieme alle prossime elezioni con un’offerta unitaria. Questa volta nessuno può sottrarsi alla responsabilità di costruire una proposta politica credibile».

Quale consenso può raggiungere quest’area?
«Cinque anni fa l’esperienza guidata da Calenda arrivò all’8 per cento. Oggi credo che il potenziale sia superiore. Penso che ci sia più del 10 per cento degli elettori disponibili a questa proposta. E la percentuale cresce tra coloro che oggi non votano perché non trovano un’offerta autorevole e di governo».

Perché questa sfida è così importante?
«Perché di fronte a una destra sempre più radicale e a una sinistra sempre più massimalista, costruire un campo europeista e democratico non è soltanto un’opportunità politica. È una necessità per l’Italia».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.