Se c’è una riforma destinata a segnare davvero la legislatura, sicuramente non sarà l’autonomia differenziata, né il premierato, né la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, né tantomeno la modifica del Consiglio superiore della magistratura.

L’unica grande riforma organica che il governo Meloni potrà rivendicare di aver portato integralmente a termine è, paradossalmente, quella meno discussa nel dibattito politico: la delega fiscale. Con il via libera definitivo questa settimana del Consiglio dei ministri agli ultimi tre decreti legislativi attuativi, si chiude un percorso iniziato nell’agosto del 2023 e composto complessivamente da 29 provvedimenti, inclusi 8 Testi unici. Un risultato che pochi, all’inizio della legislatura, avrebbero pronosticato. Per decenni il sistema tributario italiano è stato infatti terreno di promesse, annunci e riforme incompiute. Questa volta, invece, il governo è riuscito a completare integralmente la delega conferita dal Parlamento.

“Possiamo definire questo un traguardo storico”, ha commentato Maurizio Leo, viceministro dell’Economia, uscendo da Palazzo Chigi. “L’Italia aspettava una riforma organica del Fisco da oltre mezzo secolo”, ha aggiunto, ricordando il carattere sistematico dell’intervento. Nel dettaglio: il primo decreto introduce, tra l’altro, una semplificazione del concordato preventivo biennale e nuove disposizioni sulla fiscalità internazionale; il secondo definisce l’ordinamento della nuova magistratura tributaria; il terzo riordina la disciplina dei tributi locali e del federalismo fiscale. Sulla stessa linea il presidente della Commissione Finanze della Camera, Marco Osnato (FdI), che ha parlato della conclusione di “un lavoro di legislatura che ridisegna in profondità il sistema tributario italiano”.

Tra i provvedimenti approvati, quello sulla giustizia tributaria assume un significato particolare perché ne completa la trasformazione avviata con la legge 130 del 2022. Il decreto ridisegna lo status giuridico dei magistrati tributari professionali, segnando il definitivo passaggio verso una magistratura a tempo pieno, autonoma e specializzata. Sul punto arriva la soddisfazione della presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, Carolina Lussana. “Ringrazio il governo, i ministri competenti, i gruppi parlamentari, per aver accolto le proposte del Cpgt in materia di status giuridico dei giudici tributari, finalizzate a garantirne sempre più l’autonomia, l’indipendenza e la dignità professionale”. “Il decreto – aggiunge – è importante anche perché disciplina gli illeciti disciplinari, da ora in poi definiti in modo organico e sostanzialmente allineati a quanto previsto per la magistratura ordinaria, distinguendo le violazioni commesse nell’esercizio delle funzioni da quelle estranee all’attività giurisdizionale”.

Lussana, tuttavia, ha invitato a non considerare concluso il percorso di riforma. “Restano ulteriori interventi da realizzare per consolidare definitivamente una magistratura tributaria moderna, autonoma e specializzata, pienamente allineata ai princìpi costituzionali e agli standard delle altre magistrature. Mi riferisco soprattutto all’assetto ordinamentale del Consiglio di Presidenza e alla sua piena equiparazione con gli organi di autogoverno delle altre magistrature”, ha precisato. È una richiesta che il governo conosce bene e che, dopo il dialogo instaurato durante l’attuazione della delega, potrebbe tornare presto nell’agenda parlamentare. Per ora, però, resta un dato politico difficilmente contestabile: mentre le riforme tanto sbandierate a inizio legislatura sono finite su un binario morto, quella fiscale è arrivata, lontano dai riflettori, al traguardo.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere