“Ripristinare la fiducia, gestire la trasformazione: un’Organizzazione delle Nazioni Unite che sia al servizio di tutti”. Bisogna dare atto al Palazzo di vetro di essere stato coraggioso nel proporre un titolo così ottimista per la tua 81esima Assemblea generale che, alla presenza di 193 rappresentanti dei suoi membri, da oggi fino a lunedì prossimo, entra nel suo clou. In un periodo in cui il diritto internazionale viene messo in discussione, l’Onu ricorda di essere ancora l’arbitro delle crisi globali. Ruolo che nessuno gliel’ha sottratto. Almeno sulla carta. Tuttavia, la realtà smonta la possibilità che il consesso newyorkese possa tornare a essere – semmai lo è stato in passato – l’agorà dove tutti i conflitti giungono a una soluzione. C’è un problema strutturale, infatti, che nega all’Onu l’illusione di essere “al servizio di tutti”, cui si aggiunge una serie di crisi, che sembrano comporre un filo di perle di un’unica collana. I fronti di una terza guerra mondiale a pezzi (Papa Bergoglio, cit.).

Dal multilateralismo sterile al bilateralismo conflittuale

Già lo scorso anno, Donald Trump si era preso la licenza di fare a pezzi le Nazioni unite nel suo discorso in Assemblea generale. Chissà cosa dirà oggi. D’altra parte, agli storici che verranno, spetta il compito di chiedersi cosa fosse meno pericoloso. Se l’ostinazione di Obama, Biden, ma anche Merkel e Berlusconi, di giungere a una trattativa con Vladimir Putin, oppure il bullismo rapsodico di Donald Trump, che appunto si fa beffe delle organizzazioni internazionali. Il presidente Usa preferisce parlare muso a muso con chi giudica all’altezza della sua arroganza, senza però riuscire a chiudere neanche una partita. È così con Putin appunto, ma anche con il nordcoreano Kim e, soprattutto con Xi Jinping. Il leader cinese è arrivato a Washington per un bilaterale che, sicuramente, ruberà la scena ai lavori dell’Onu. Nell’attesa dell’incontro con il suo peso massimo, Trump ha visto Macron, nella serata di ieri. Il presidente francese è il solo ad avergli tenuto testa in Europa. L’antagonismo personale oltre che politico, però, non scardinato l’intesa Washington-Parigi. I sistemi sono vaccinati di fronte ai leader troppo disruptive. Oggi, il peso politico dell’inquilino dell’Eliseo è ridotto all’osso. La Francia avrà le presidenziali l’anno prossimo e Macron non potrà corrervi. Vero è pure che Trump ha le mid-term a novembre. Fino ad allora non sono ammesse esagerazioni. L’appeasement di un tempo non portò nulla di buono. Il celodurismo di oggi si è già dimostrato inefficace.

La collana di perle

Il conflitto russo-ucraino è in corso da quattro anni e mezzo. Hormuz è bloccata da sei mesi e c’è il rischio che il suo virus contagi Bab el-Mandeb. In Medio Oriente, nonostante le vesti stracciate a sostegno di Gaza e del Libano del Sud, l’applicazione di quella trasformazione di cui parlano le Nazioni Unite – processo di pace, chiamiamolo con il suo vero nome – resta una lettera morta. Fuori dai perimetri canonici, sono in corso 50-60 guerre. Alcune dimenticate. Il Sudan vale per tutti. Altre scoppiate in ere geologiche non degne di essere classificate come politica estera. Da quando si è reso indipendente (1948), il Myanmar non ha mai visto un giorno di pace. In Congo e Sahel, ci si ammazza rispettivamente dal 1996 e dal 2012. Donald Trump si sta impegnando per essere ricordato come il peggior presidente di tutta la storia Usa. Ma quando, lo scorso anno, proprio all’Assemblea generale, chiese: «Che ci fate qui voi?» non andava proprio fuori tema.

Avanti il prossimo

Anche Antonio Guterres ha un piede fuori dall’uscio. Il suo mandato scade a fine anno. Il totonomine passa sotto i radar dei media a causa dei conflitti in corso. Sempre perché l’Onu conta il giusto. D’altra parte, per gli addetti ai lavori, la corsa è avvincente. Dopo il ritiro dell’ex presidente cilena, Michelle Bachelet, i nomi in corsa sono sette: Rebeca Grynspan, costaricana alla guida dell’Unctad (commercio globale), l’ex ministra degli Esteri della Guyana Carolyn Rodrigues-Birkett, il direttore dell’Aiea, l’argentino Rafael Grossi, l’ex presidente senegalese Macky Sall, le ecuadoriane María Fernanda Espinosa e Ivonne A-Baki, infine, l’ugandese Olara Otunnu. Ci sono l’opzione donna e quella africana, che rappresenterebbero una novità in tutta la storia dell’Onu. Grynspan è nella posizione di maggior vantaggio. D’altra parte, per vincere servono almeno nove voti su quindici nel Consiglio di Sicurezza e nessun veto dei cinque membri permanenti. Finora Washington, Mosca e Pechino non si sono espresse.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).