Nell’opera di Leonardo Sciascia è impossibile separare la letteratura dall’impegno, la scrittura dalle battaglie civili (perciò sbaglia Citati a respingerne l’ultima parte in quanto “politica”: anche le Parrocchie di Regalpetra – 1956 – sono “politiche”!). Per una semplice ragione: l’impegno è sempre impegno verso la verità – oltre ogni ideologia e perfino oltre ogni “eresia”, come il suo Candido – , e la letteratura è “figlia della verità”. Il suo stile – conciso, nitido, di sobria eleganza (ispirato a Manzoni, Stendhal, alla prosa d’arte e a Brancati) – è segretamente intessuto di barocco siciliano, benché si tratti di un barocco trattenuto, inesploso. Geometriche puntigliosità, digressioni, parentesi dentro parentesi, ellissi. Ed è un barocco diverso da quello, poniamo, di Manganelli, dove l’alchimia delle parole e il gioco estenuato della lingua servono a esorcizzare la morte, il nulla. No, Sciascia la morte intende guardarla in faccia, con serietà e compostezza, come il commissario Vice, protagonista del suo penultimo libro, Il cavaliere e la morte. In ciò vicino ai suoi scrittori spagnoli, ad esempio a Machado per il quale il colpo secco della bara che scende nella fossa è qualcosa di «maledettamente serio». È vero quello che ha detto il suo principale e simpatetico studioso, Claude Ambroise: i suoi personaggi si progettano tutti come uomini in rivolta, dal capitano Bellodi del Giorno della civetta all’avvocato Di Blasi del (meraviglioso) Consiglio d’Egitto, dall’ispettore Rogas del Contesto fino allo stesso Moro in carcere, e tutti verranno ammazzati. In rivolta contro che? Contro il potere, che proprio sulla morte – limite oscuro dell’esistenza, destino inappellabile – costruisce il suo spaventevole edificio di bugie e soprusi. Il giudice, l’inquisitore, il boss mafioso, in fondo dando la morte si illudono di starne al di sopra, come il “tiranno” di cui parla Elias Canetti. Si credono immortali e vivono dentro la irrealtà, mentre Sciascia vuole restare fedele alla realtà, enigmatica, limitata eppure mai risolta. Di qui affiora un carattere di misteriosa incompiutezza della sua opera, rifinita ma inafferrabile. La contraddizione – che è parte costitutiva della realtà – non viene mai risolta, come invece nei labirinti ingegnosi e senza minotauro dell’estetizzante Borges (da lui amato).

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L’intera, multiforme produzione di Sciascia mi sembra cioè, come quella di Pasolini, felicemente esposta a un semifallimento. Gialli senza soluzione, romanzi spaesanti e metafisici travestiti da thriller, riscritture imperfette di classici, parodie spesso incomprese, pamphlet solitari e battaglie perdute. Libri di artigianale perfezione, lavorati all’estremo, ma anche aperti all’inconcluso della esperienza. Lo scrittore insegue la verità – ambigua, prismatica, cangiante – delle cose con piglio ostinato e illuministico. Un erede di Voltaire che ha letto Pirandello. Anche per questa ragione a me sembra che il genere letterario che più corrisponde alla vocazione di Sciascia sia quello del personal essay di Montaigne, autore da lui prediletto, un genere digressivo, antisistematico e divagante che schiude la modernità, e che – a ben vedere – troviamo al centro della tradizione italiana cinquecentesca, sia pure in una forma carsica, più nascosta, a partire da Machiavelli e dai Dialoghi di Tasso. Una volta parlando di Savinio, illustre esponente del genere, Sciascia evoca Guicciardini, cui Savinio somiglierebbe anche fisicamente, e che anticipa di qualche decennio lo stesso Montaigne con i suoi aforismi morali e politici. Nei Ricordi (ammonimenti) Guicciardini osserva che «è grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente assolutamente… perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la varietà delle circostanze». Ecco: lo stile di Sciascia sempre aderisce fedelmente alla varietà delle circostanze, alla unicità degli eventi, alla irripetibilità dell’esperienza del singolo.  Una volta ebbe a dire: «Credo di essere saggista nel romanzo e narratore nel saggio». Ma anche solo quella sua frase dimostra un primato del personal essay, poiché un saggio che comprende la narrazione è appunto il saggio moderno e “dilettantesco” di Montaigne, da lui travasato in libri popolari e di grande affabilità comunicativa. Benché amasse romanzi-fiume come il Chisciotte e Anna Karenina Sciascia optava personalmente per la “brevitas”, per una asciuttezza scandita tuttavia da pause interne, da uno sciame di chiose, digressioni e postille. E di ciò si sostanzia il suo illuminismo insulare, la sua alterità “saracena”, sorprendentemente capace di parlare a tutti, senza rimuovere il tragico e senza banalizzare il mistero.