C’è un caso che meriterebbe un’inchiesta di Report. Non riguarda appalti, carbon credit o poteri forti, ma una domanda molto più semplice: quanti Ranucci esistono? Andiamo per ordine. Il 3 settembre, dopo la rinuncia di Giulia Presutti alla conduzione, la Rai annuncia Claudia Di Pasquale al fianco di Daniele Piervincenzi. Sigfrido Ranucci accoglie la notizia con entusiasmo: «Felice per Claudia Di Pasquale, sarebbe stata la mia scelta in un normale dialogo con l’azienda». E aggiunge: «Claudia è una grandissima professionista. Lascio Report in buone mani. Ora sono sicuramente più sereno». Poi su altri canali avrebbe rafforzato il sostegno usando parole meno professionali: “Mi è sempre stata molto fedele”. Pazienza, saranno state parole in libertà, tra amici. La benedizione, in tutti i casi, c’era eccome. E infatti la squadra festeggia. I nuovi capi autori, Bernardo Iovene e Giulio Valesini, brindano con lo champagne dalle parti di via Teulada. Report sembra pronto a ripartire.

All’improvviso, ieri arriva la sorpresa: Ranucci avrebbe presentato un ricorso urgente ex articolo 700 al Tribunale del lavoro di Roma per ottenere il ripristino della conduzione. Secondo i suoi legali, la rimozione sarebbe illegittima. Malgrado la Rai sostenga con tutte le ragioni che l’avvicendamento rientri nelle proprie prerogative organizzative. La parola spetta ora ai giudici. Ma una domanda è inevitabile: se Report è in buone mani, perché bisogna riprenderselo? Il 3 settembre anche Sandro Ruotolo, eurodeputato del Pd e buon amico di Ranucci, aveva esultato sui social: «Report resta Report, ha perso chi voleva normalizzarlo». E spiegava: «Stessa redazione, stesso progetto editoriale». Ma insomma, era una vittoria o una sconfitta per Ranucci?

Qualcosa non torna. Se la redazione è la stessa e il progetto editoriale è salvo, perché il programma dovrebbe tornare nelle mani del conduttore avvicendato? Forse perché il progetto editoriale non appartiene a Report, sembra di capire, ma a Ranucci. Trattasi di proprietà privata. Oppure perché, in questa curiosa concezione del servizio pubblico, la battaglia per la libertà di informazione coincide con la permanenza di una persona. E solo di quella. A meno che, ipotesi che ormai deve farsi strada, Ranucci non sia uno, ma siano due. Sigfrido deve avere un fratello gemello. Sigfredo. Uno identico in tutto, ma che talvolta pensa cose diverse. E così mentre Sigfrido festeggia la nuova conduzione della trasmissione, Sigfredo la contesta. Il primo celebra, il secondo denuncia. L’uno può dire che Report è in buone mani, l’altro protestare affinché – invece – passi di mano.

Avviene così anche nel bellissimo Operazione Shylock di Philip Roth: il protagonista scopre di avere un doppio. Un altro Philip Roth identico a lui nelle sembianze, con la medesima identità anagrafica, lo stesso lavoro, la stessa voce. Peccato che su certe questioni la pensi diversamente da lui. Aspettiamo, se non la fine del romanzo, almeno la sentenza dei giudici del lavoro. Ad uno dei due Ranucci dovranno pur dare ragione.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.