Politica
Sinistra: primarie tra dicembre e gennaio, tensione riformisti-Schlein. Renzi: “Se ci dividiamo Meloni governa altri 5 anni”
Per ora è solo un’ipotesi. Ma nel centrosinistra le ipotesi hanno un curioso talento: riescono a dividere ancora prima di diventare realtà. Le primarie, se si faranno, partiranno solo dopo l’estate. «Non vedo alternative», dice Dario Franceschini. Traduzione: non c’è un’altra strada, anche se nessuno sa bene dove porti. La tabella di marcia che circola in Transatlantico prevede programma comune entro ottobre e primarie tra dicembre e gennaio. Una corsa contro il tempo per evitare il replay del 2022, quando il centrosinistra si presentò diviso e consegnò a Giorgia Meloni una vittoria senza affanni.
Primare: turno unico o doppio turno
Peccato che, prima ancora di scegliere il candidato, il campo progressista debba mettersi d’accordo perfino sulle regole: turno unico o doppio turno? Domanda tecnica, certo. Ma in un’alleanza che litiga sulla geopolitica, perfino il regolamento rischia di diventare un caso internazionale. Per capire il clima basta ascoltare Stefano Bonaccini. Il presidente del Pd liquida senza complimenti l’etichetta di «campo Lavrov» coniata da Pina Picierno: «È offensiva». Poi affonda il colpo sulle eurodeputate – Picierno stessa e Elisabetta Gualmini – che hanno lasciato il Pd: chi cambia partito, dice, dovrebbe dimettersi e lasciare il seggio. Un invito che non trova riscontro nei regolamenti né in alcuna prassi. A rispondergli per le rime è Carlo Calenda. La replica del leader di Azione arriva puntuale e senza filtri: «A Biondo, datti una calmata. Noi sappiamo con chi stiamo: Europa, Ucraina e Occidente. Tu con gli amici di Putin. Il resto è fuffa».
Guerini sbotta: “Pd, come voti?”
Nel frattempo il vero psicodramma si consuma dentro il Pd. Perfino Lorenzo Guerini, uomo dalla caratura istituzionale notoriamente ben lontano dagli scatti d’ira, perde la pazienza. Prima il confronto con Elly Schlein, poi quello con Chiara Braga, infine con Peppe Provenzano. L’ex ministro della Difesa affronta uno a uno i maggiorenti di un Pd che fatica a riconoscere. Il J’accuse è sempre lo stesso: «Avete letto bene quello che avete sottoscritto? È una cosa invotabile». La risoluzione sulla difesa, grazie a un cavillo parlamentare, non arriva nemmeno al voto. Un piccolo miracolo procedurale: evitare una conta per evitare di contarsi. Ma le crepe restano tutte. Schlein prova a rassicurare: «Non ha vinto Conte, è la nostra linea». Provenzano aggiunge che il testo grillino era persino peggiore ed è stato corretto. Tradotto: poteva andare molto peggio. Non è esattamente rassicurante. E i riformisti dem non si accontentano. Dopo aver votato a favore del Safe nei testi di Italia Viva e +Europa, prendendo le distanze dalla linea ufficiale del partito. Il messaggio è semplice: se il Pd vuole rincorrere Conte, qualcuno finirà per chiedere di scendere dalla giostra.
Renzi: “Non possiamo consegnare di nuovo il Paese a Meloni”
Interviene Matteo Renzi, che prova a spostare il baricentro dal merito al metodo. «Prima ancora di discutere di Ucraina e di spese militari, su cui comunque servirebbe meno ideologia da parte di tutti, bisogna fare una riflessione: abbiamo una responsabilità storica. Se ci dividiamo consegniamo a Giorgia Meloni altri cinque anni di Palazzo Chigi e alla destra sovranista sette anni di Quirinale. Sommati equivalgono a dire: fine pena mai». E ancora: «È ovvio che se fai le primarie devi lasciare a chi le vince uno spazio di manovra, altrimenti diventano solo un concorso di bellezza». Antonio Polito, autorevole firma del Corriere della Sera, primo direttore del Riformista ed ex senatore della Margherita, cioè della stessa tradizione politica da cui proviene Renzi, non usa giri di parole: «Renzi sta dicendo che andare al governo è più importante della sorte dell’Ucraina. Che Parigi val ben una messa. Ma è proprio per questa miseria ideale che si perdono i voti».
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