L’indagine resta per quattro anni ferma nel cassetto di un alto magistrato romano, Giancarlo Capaldo, il quale non muove un dito. Poi, improvvisamente, le carte – chissà come – finiscono nelle mani di un giornalista dell’Espresso – che da allora fa una brillante carriera e ora è vicedirettore del settimanale – il quale pubblica un bell’articolo presentato in copertina, a tutta pagina, con il titolo, terrificante, “trafficanti di virus”. La professoressa a quel punto ancora non sa niente dell’indagine della procura di Roma. Scopre dall’Espresso di essere una “trafficante di virus”, cioè un tipo di assassina seriale della peggior specie. Voi come avreste reagito a una simile follia? Come avreste provato a resistere, a non farvi travolgere? Io non lo so. Lei si dimise da deputata e iniziò a combattere. Capaldo, dopo l’uscita dell’Espresso, si limitò a confermare le accuse a a dichiarare chiuse le indagini. Per fortuna, per ragioni tecniche, il processo fu spostato a Verona, e la professoressa fu del tutto assolta. Le accuse erano assolutamente infondate e di pura fantasia.

A quel punto iniziò l’ultimo capitolo di questa vicenda. Altrettanto paradossale e allucinante. Il ministero chiese che Capaldo fosse giudicato dal Csm, ma il Csm andò lento lento, e Capaldo riuscì a compiere 70 anni e ad andarsene in pensione prima del giudizio. Processo estinto. La Capua invece denunciò l’Espresso. Ma non è facile averla vinta, in tribunale, con un giornalista riconosciuto da tutti come un sostenitore militante della magistratura. E così il tribunale di Velletri volle aggiungere, nei confronti della Capua, la beffa al danno. Assolse l’Espresso. Disse che non c’è niente di male dare del trafficante di virus a una brava persona. E men che meno calunniare una grande scienziata.

L’Espresso non ha mai chiesto scusa. Lirio Abbate ha fatto carriera. L’Ordine dei giornalisti non è intervenuto. Il Csm se ne è lavato le mani. Nessun magistrato, mai, ha preso pubblicamente posizione contro l’Espresso e Capaldo. La Capua ha lasciato il Parlamento e il Paese. E noi, che purtroppo facciamo lo stesso mestiere di quei colleghi che l’hanno sepolta, ridendo, nel letame, non possiamo fare altro che sentici anche noi un po’ in colpa verso di lei. Per non aver sollevato un pandemonio pazzesco e per non aver denunciato abbastanza il punto di bassezza che talvolta può toccare il lavoro della nostra categoria.