Mauro Moretti, settantadue anni, si è costituito il 25 giugno nel carcere di Orvieto dopo la condanna definitiva a cinque anni per la strage di Viareggio. Aveva rinunciato alla prescrizione; non ha atteso l’ordine di carcerazione.

Quei termini non rispettati

La sua difesa ha depositato subito l’istanza di detenzione domiciliare: la legge, all’art. 47-ter dell’ordinamento penitenziario, la prevede per gli ultrasettantenni non pericolosi. Non è un favore: è una regola. Sono passate oltre cinque settimane e la risposta non c’è. I termini, in verità, esisterebbero: quindici giorni, in via generale, per decidere in camera di consiglio. Ma sono ordinatori, non perentori: sforarli non produce conseguenza alcuna. Valgono, per dirla fuori dal codice, quanto un due di picche a scopone. Qui non si discute la sentenza: è definitiva, e le sentenze definitive si rispettano. Lo ha fatto per primo il condannato, presentandosi in carcere la sera stessa. Si discute l’esecuzione, che è un altro fascicolo e un’altra giustizia: quella di sorveglianza, gravata da organici ridotti e carichi enormi, la stessa chiamata a vigilare sulle condizioni di detenzione, dove una misura riconosciuta in ritardo non ripara nulla, perché arriva quando ha già smesso di servire.

Moretti, la legge prevede i domiciliari ma la risposta non arriva

E si misura il garantismo, che costa poco quando protegge i simpatici. Moretti non gode del favore del pubblico: la sua vicenda divide, il suo nome pesa, trentadue morti non si dimenticano. Ma le modalità della pena non si decidono per sondaggio: un settantaduenne che la legge destina ai domiciliari non può restare in cella per il tempo indeterminato di una risposta che non arriva. Se accade a lui, che ha difensori e riflettori, figurarsi a chi non ha né gli uni né gli altri. Nel 1215 la Magna Carta prometteva, alla clausola 40: nulli negabimus aut differemus rectum aut iustitiam; a nessuno negheremo o differiremo il diritto e la giustizia. Otto secoli dopo, negare è vietato. Differire, evidentemente, no.

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