I nomi dei prossimi assessori, la criminalità dilagante in periferia, i progetti da realizzare nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza: a Napoli e dintorni, ormai, non si parla di altro. Ed è un bene che l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni si concentri su temi strategici per il futuro della città. In questo dibattito, che le parole pronunciate ieri dall’arcivescovo Battaglia hanno senz’altro contribuito ad alimentare, c’è però un vuoto che riguarda l’amministrazione della giustizia. E, in particolare, la strage senza fine di detenuti.

È di ieri la notizia dell’apertura di un’inchiesta su Antonio Alfieri, il carcerato morto venerdì al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli. La Procura di Napoli vuole approfondire la vicenda che, in effetti, presenta più di un lato da chiarire. Il primo: perché Alfieri, tossicodipendente al quale il SerD di Poggioreale aveva trovato una comunità fuori Regione, si è visto rigettare per ben due volte l’istanza di arresti domiciliari? Il secondo: perché i familiari del detenuto sono stati avvertiti del decesso con quattro giorni di ritardo mentre il suo avvocato ha appreso della tragedia solo dopo essersi recato a Poggioreale per il colloquio? Non si tratta di domande banali, ma di interrogativi che riguardano il trattamento riservato ai detenuti. Che – lo ricordiamo a beneficio di qualche forcaiolo dalla memoria corta – sono persone affidate per un certo tempo allo Stato che dovrebbe prendersene cura, oltre che provvedere al loro reinserimento nel tessuto sociale.

Tutto questo, invece, non avviene. Almeno non nelle carceri campane. E per comprenderlo non serve scomodare i pestaggi di Santa Maria Capua Vetere o il processo sulla cella zero di Poggioreale. Basta semplicemente leggere le statistiche. A cominciare da quella sui suicidi in prigione: in Campania, dall’inizio dell’anno, già sette detenuti si sono tolti la vita. Ma non finisce qui. Il 40% dei reclusi ha problemi psichiatrici e il 65 convive con disturbi della personalità più o meno gravi. Molti, dunque, non dovrebbero proprio fare ingresso in cella. Eppure ci finiscono e lì lo Stato li abbandona a un destino fatto di indifferenza e degrado. Tutto ciò succede troppo spesso. Eppure, al netto dell’impegno dei garanti dei detenuti, non si leva una sola voce a difesa della dignità e del diritto alla salute di chi vive dietro le sbarre. Non ne parla l’arcivescovo che ha inaugurato il proprio ministero pastorale a Napoli visitando le carceri.

Non ne parlano i rappresentanti di Comune e Regione, assorbiti da polemiche spesso e volentieri di bassissimo livello. E la faccenda sembra non essere in cima all’agenda del Ministero della Giustizia, a dispetto dell’attenzione al tema del carcere che la guardasigilli Marta Cartabia ha recentemente confermato visitando il penitenziario di Santa Maria Capua Vetere e l’istituto penale per minorenni di Nisida. Insomma, lo Stato si dimostra incapace di prendersi cura dei detenuti abbandonandoli al degrado, se non addirittura alla morte. E, davanti a uno scandalo di simile portata, la politica si dimostra sempre più vigliacca e inconcludente, se non addirittura omertosa e complice. Il dramma dei carcerati morti è da tempo sotto gli occhi di tutti, in particolare in Campania: fino a quando le istituzioni si volteranno dall’altra parte?

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.