Il caso Asciutto e altri
Strasburgo condanna l’Italia sull’ergastolo ostativo applicato a chi era già in carcere
Il 3 settembre la Corte europea dei diritti dell’uomo, Prima Sezione, all’unanimità, ha condannato l’Italia nel caso Asciutto e altri. Quattro ergastolani per fatti degli anni Ottanta e dei primi Novanta si erano visti applicare, in esecuzione, l’articolo 4-bis nella versione del 1992: niente benefici né liberazione condizionale senza collaborazione, per loro impossibile o inesigibile. Il governo ha riproposto la tesi di sempre: il 4-bis non tocca la pena, regola solo il modo di scontarla. Strasburgo ha risposto di no.
Un ergastolo che al momento della sentenza poteva essere mitigato, e che una legge successiva rende perpetuo senza rimedio, non è la stessa pena eseguita diversamente: è una pena diversa, più grave, applicata a fatti anteriori.
Violato l’articolo 7, il principio di legalità, la regola che vieta di cambiare le carte a partita iniziata. Violato anche l’articolo 3, ma solo fino alla riforma del 2022, quella che ha tolto alla collaborazione il monopolio della speranza: da allora, dice la Corte, il sistema regge. Lo legga chi si affretta a gridare all’Europa che libera i mafiosi: la sentenza salva la legge in vigore e condanna quella di trent’anni fa. Nessuno esce. Ai quattro spettano duemilaquattrocento euro a testa e il diritto a un riesame, non alla libertà.
Resta un avvertimento sui trent’anni di espiazione richiesti dalla riforma, quando la giurisprudenza europea fissa la soglia a venticinque; ma è una partita futura. Quella presente è più semplice. Un ergastolano di mafia non è un cliente simpatico, e non è questo il punto. Il punto è che il diritto ha una forza sua, che non è quella dei delinquenti: è la forza delle regole rispettate per primo da chi le scrive, cioè dallo Stato. Legum servi sumus ut liberi esse possimus, diceva Cicerone: siamo servi delle leggi per poter essere liberi. Vale per il condannato, che quelle leggi ha violato, e vale per lo Stato, che le ha cambiate a metà strada. Se il diritto vale solo per chi lo merita non è più diritto: è un favore. E i favori, a differenza delle regole, si revocano.
© Riproduzione riservata






