Esteri
Stretto di Hormuz, l’Iran blocca i traffici e l’Occidente non reagisce. Forze di mare immobili e Trump sempre più solo: ma i danni sono per tutti
Pur nella considerazione che le logiche – quelle con cui ci hanno abituati a ragionare – siano ormai saltate, si fa non poca fatica a razionalizzare quanto sta accadendo nello stretto di Hormuz e dintorni. Un principio cardine della legge del mare – quello di poter navigare in libertà e sicurezza in acque internazionali – viene d’un tratto delegittimato, e la comunità internazionale non reagisce ma assiste muta all’atto di prepotenza di un singolo paese, privo peraltro della forza necessaria a far rispettare il suo diktat. Neppure tanto tempo fa l’IMO (International Maritime Organization), l’agenzia tecnica delle Nazioni Unite, competente per la sicurezza e la libertà della navigazione, avrebbe quantomeno sollevato il problema; le Nazioni Unite, di iniziativa o su sollecitazione di qualche paese membro, avrebbero affrontato il problema e, avrebbero quanto meno concertato una risoluzione del Consiglio di Sicurezza con cui si fosse ribadita la necessità del ripristino del principio di libera navigazione, se necessario con l’uso della forza.
Forze di mare immobili
Nulla di tutto questo sta accadendo o è all’orizzonte, e nel mentre il sopruso iraniano sta mettendo radici fino a divenire una norma accettata, magari sotto mentite spoglie. Gli interrogativi a questo punto sono tanti. Possibile che non ci siano tre, quattro, dieci, cinquanta Marine Militari che, in coalizione, decidano di ripristinare nell’area il diritto e garantire il transito sicuro in quello stretto? Strano destino quello delle forze di mare: in passato alcune di loro avrebbero truccato le carte pur di entrare a far parte di missioni internazionali dalle quali, nel secondo dopoguerra, sono restate quasi sempre escluse, ed ora che hanno davanti praterie per adempiere alla missione fondamentale di garantire la libertà di navigazione se ne stanno inerti o quasi.
Trump abbandonato
Punto secondo. È vero che Trump, pur spinto da Netanyahu, si è cacciato da solo in questo pasticcio guardandosi bene dal consultare amici ed alleati, ma è giusto che i paesi europei lo abbandonino a dibattersi nella nassa in cui si è infilato, quando anche e soprattutto i nostri interessi sono a rischio con le restrizioni su Hormuz?
L’Europa non si muove
Punto terzo. Da un punto di vista europeo, si sta perdendo un’altra occasione per muovere i primi passi verso la realizzazione di una capacità autonoma in materia di sicurezza e difesa. È ormai noto che, per mettere a punto uno strumento militare comune, l’Europa si dovrà misurare con talune criticità, tra cui quella delle troppo modeste capacità di gestione di operazioni militari complesse. Anche e soprattutto nelle confrontazioni militari le cose le si impara praticandole; le esercitazioni, per quanto fedeli nella ricostruzione di scenari, forniscono un contributo limitato per la gestione di operazioni militari complesse (di semplice nel settore non è restato nulla). Ma l’Europa non si è spinta oltre le modeste missioni navali Aspides o Irini.
Lo scacco
Da ultimo, una considerazione al limite del paradosso ma non per questo meno legittima. La tecnologia avanza a lunghi passi ed il mondo militare è sempre dietro l’angolo per valutarne la weaponerizzazione, la sua fruibilità come componente di un sistema d’arma, il mondo occidentale decide di incrementare consistentemente le spese per la difesa e la sicurezza, si riavvia in pratica una competizione globale per le armi più efficaci. Mentre questo accade, nel momento del bisogno, nel momento in cui un prepotente, dotato peraltro di uno strumento militare sgangherato, decide di mettere sotto scacco un’intera comunità internazionale strangolandogliene gli interessi, le navi restano in porto, i velivoli orbitano a vuoto, fino a quando (arriverà mai quel momento?) nell’intera area non taceranno le armi. Questa è la verità paradossale. E non è forse questa una maniera per rendere più insidiose le accuse di chi mette in sindacato le spese per gli armamenti e l’impegno finanziario per la messa a punto di uno strumento militare adeguato alla difesa ed alla tutela degli interessi nazionali?
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