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Suicidio assistito, i registri opposti di Zaia e Stefani. Quando la legge cadde per un voto solo
Sul fine vita la Lega veneta parla con due voci. Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale dopo quindici anni alla guida della Regione, sostiene da tempo la necessità di una norma che disciplini tempi, procedure e responsabilità del suicidio medicalmente assistito, ricordando che in Italia la materia è già regolata dalla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale. Alberto Stefani, il presidente della Giunta subentrato a dicembre, si muove su un registro opposto: prudenza sul provvedimento regionale, e la convinzione che a legiferare debba essere il Parlamento.
Non è una sfumatura tattica. È la stessa frattura che nel gennaio 2024 fece cadere la legge per un voto solo, con Zaia rimasto in minoranza rispetto alla sua maggioranza: allora votarono contro Fratelli d’Italia, Forza Italia e una parte della Lega, e in aula risuonarono gli interventi di leghisti come Roberto Bet e Marzio Favero, che chiedevano di rilanciare le cure palliative invece di legiferare sul suicidio assistito. Quelle posizioni non sono evaporate: sono le stesse che oggi tengono il centrodestra a quattro voti dal sì.
La distanza tra i due leghisti riproduce, su scala regionale, la paralisi nazionale. Il disegno di legge sul fine vita ha avviato l’iter al Senato ma procede a rilento, e ogni fuga in avanti di una Regione viene letta a Roma come una forzatura. Stefani, classe 1992, ex vicesegretario federale del Carroccio e a lungo impegnato sul fronte del federalismo, incarna questa cautela: meglio attendere la cornice nazionale che esporre il Veneto a un nuovo ricorso davanti alla Consulta.
Nei giorni scorsi il presidente è andato a casa di Stefano Gheller, l’attivista bassanese affetto da distrofia muscolare diventato simbolo della battaglia, per incontrarne la sorella: parole, ha riferito, sulle cose belle della vita ma anche sul dolore e sulla speranza. Un gesto umano, e calibrato, che però non basta a ricucire il partito. Perché la spaccatura arriva fino a Roma: dopo il voto del 2024 lo stesso Salvini fece sapere che avrebbe votato no, «la vita va tutelata dalla culla alla fine», smarcandosi dal suo governatore più celebre. E come allora, con ogni probabilità, la Lega voterà senza una linea di gruppo: la distanza tra Zaia e Stefani si conterà scranno per scranno.
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