Ranucci salta sulla mina che ha messo da sé sulla sua carriera. Perché no: non si è fatto l’attentato da solo, ma è uno che si è fatto del male da solo. Scegliendo di investire nell’amicizia con Valter Lavitola e di fare di quella pescheria, il suo secondo ufficio. E chi per quei mari va, quei pesci prende. E in cattive acque è finita l’intera Rai. Adesso l’azienda del servizio pubblico cambia pagina.

Report viene affidato alla conduzione di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Una conduzione a due, affidata a due giornalisti scelti attraverso un concorso e con una solida esperienza sul campo. Presutti è da anni inviata di Report e si è classificata prima nella selezione Rai; Piervincenzi ha alle spalle esperienze come inviato e conduttore di Nemo – Nessuno escluso e Popolo Sovrano. Nel 2017, durante un’inchiesta a Ostia per Nemo, fu aggredito insieme all’operatore Edoardo Anselmi. La Rai presenta la scelta come un investimento sul merito, sulla professionalità e sul rilancio del giornalismo investigativo interno all’azienda. La novità riguarda anche Ranucci. L’azienda gli ha sottoposto tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai. La partita, dunque, è ormai impostata: Report cambia conduzione e Ranucci cambia collocazione.

Cautele a parte, Ranucci dovrà accettare la nuova destinazione. La Rai farà di tutto per scongiurare un contenzioso. Anche se il personaggio mal dispone: pensare – come ricordano tra i corridoi di via Teulada i colleghi che sospirano, quasi liberati, brindando con il caffé delle macchinette – che Ranucci aveva contestato proprio il concorso Rai dal quale sono usciti i due nuovi conduttori. Lo smacco, dunque, è doppio: la procedura contestata dall’ex conduttore ha premiato due professionisti che ora prendono il suo posto. Eh, ne avrebbe da discuterne con Valterino, ma chissà quando lo lasceranno uscire. E di andare a farsi vedere in parlatorio, a Rebibbia, Ranucci non ha voglia.

Tutt’altro clima nel fronte sindacale. Mentre la sinistra interna alla Rai appare aver smarrito la voce, con UsigRai sostanzialmente imbambolata davanti alla svolta, da UniRai-Figec arriva soddisfazione per il segnale generazionale e professionale. «Unirai Figec esprime soddisfazione per l’affidamento della conduzione ai colleghi Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti interni, che dopo anni di precariato sono stati regolarizzati grazie alla selezione per la TgR voluta dal nostro sindacato». L’organizzazione sottolinea inoltre il valore della scelta per la presenza femminile in Rai e, in particolare, nella redazione di Report.

Unirai-Figec legge la svolta anche come una discontinuità rispetto alla gestione precedente e osserva che «si chiude la porta a personaggi inquietanti che hanno avuto ingresso in redazione», citando, tra gli altri, «i presunti bombaroli reo confessi» e le vicende relative a «fonti di audio privati tra un ministro e la moglie». La sigla sindacale richiama infine anche le ricostruzioni autobiografiche dello stesso Ranucci sui rapporti avuti, secondo quanto da lui raccontato, con colleghe stagiste e fonti della trasmissione. Un giudizio durissimo, che segna plasticamente la distanza tra il nuovo corso e quello precedente. E l’associazione indipendente dei giornalisti non allineati, Giornalisti 2.0, esulta per una scelta di Viale Mazzini insolitamente sganciata dalle logiche di partito.

«La nomina di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi alla conduzione di Report è un segnale importante: finalmente la Rai sceglie di valorizzare professionalità cresciute all’interno dell’Azienda, con esperienza, competenza e un forte lavoro sul campo», sottolinea Maurizio Pizzuto, presidente di Giornalisti 2.0. «È una scelta che premia il merito e che auspichiamo possa diventare un indirizzo più generale del Servizio Pubblico. A Presutti e Piervincenzi i migliori auguri di buon lavoro per una sfida prestigiosa e impegnativa». Certo, il capitolo Ranucci non è affatto chiuso. Dovrà vedersela con il Comitato Etico, con la Vigilanza appena si riconvocherà e probabilmente con gli uffici legali Rai. Ci sono le mediazioni civili, di cui dare conto. Ranucci ha dichiarato di avere attraversato indenne «oltre 240 atti di citazione, querele e mediazioni», rivendicandoli come il prezzo pagato per il proprio lavoro. Ma 240 controversie sono anche un problema di responsabilità editoriale.

Quante sono finite in mediazione? Quante si sono concluse con un accordo? Quanto è costato alla Rai difendere Report? Sono domande legittime. Un caso concreto c’è già. Nel luglio scorso è stata fissata una mediazione tra Rai e Paolo Zampolli, che ha avanzato una richiesta di risarcimento di 5 milioni di euro per le puntate di Report dedicate alla sua figura. Il punto, dunque, non è contare le querele di Ranucci, ma capire quanto costi alla Rai quel modo di fare informazione e chi decida quando quel costo sia giustificato. C’è chi adombra il danno erariale, chi dice che la Rai non deve più coprire con la tutela legale Ranucci. Si vedrà. Ora bisogna voltare pagina, e subito. E a questo punto arriva una voce che pesa più di molte altre.

Milena Gabanelli, la giornalista che lanciò Report nel 1997 e lo condusse fino al 2016, prima del passaggio del testimone a Ranucci, appare felice, liberata anche lei: «Lunga vita a Report!», risponde a chi le telefona. Il programma viene prima di chi lo conduce. Basta con i personalismi, i narcisismi, i cesarismi. Soprattutto da parte di chi non se li può permettere. Chi invece sa stare in scena, è Vincenzo De Luca. Sempre brillante, raramente tanto ironico come questa volta. Il sindaco di Salerno, nella sua consueta trasmissione social del venerdì, ha ricordato anche un vecchio filmato nel quale attaccava Report. «Il problema è rappresentato da una deriva che ha assunto in Italia il giornalismo cosiddetto di inchiesta che tutto è tranne che giornalismo», ha detto, accusando una parte dell’informazione «pagata dai cittadini italiani» di alimentare «il narcisismo dei conduttori televisivi, l’opportunismo, il carrierismo». Poi il suo marchio di fabbrica: «Il camorrismo giornalistico». Infine cita Piero Gobetti: «La logica del moralismo è sempre utilitaria». Prendano nota, i nuovi conduttori.

 

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.