Lo scaffale
Togliatti, non solo ‘totus politicus’: il leader pensatore nel libro di Vacca
Qualche anno fa Giuseppe Vacca scrisse un bel saggio sul fondatore del Partito comunista intitolato “Vita e pensieri di Antonio Gramsci”. Adesso lo stesso studioso, sempre per Einaudi, manda in libreria “Vita e pensiero di Palmiro Togliatti”. Titolo analogo ma con una differenza: se per Gramsci si era usato “pensieri”, al plurale, per marcare la multiformità quasi illimitata della sua opera, per Togliatti si è scelto il singolare, “pensiero”, nello sforzo di individuare il nucleo unitario della riflessione del leader comunista lungo mezzo secolo.
Il volume infatti punta a restituire un Togliatti pensatore, cioè un teorico, nel solco di Gramsci, adattato al mutare delle situazioni storiche. È un’operazione che tende dunque a contestare l’immagine tradizionale qttribuitagli da Benedetto Croce di Togliatti “totus politico”, freddo e machiavellico costruttore di linee politiche abilmente portate avanti con la famosa “doppiezza” che la storiografia gli ha impresso come marchio quasi infamante. Non che Vacca ignori l’azione di Togliatti lungo cinquant’anni: e che azione, poi, tra le maglie dell’Urss staliniana e poi nella costruzione della nuova Italia e oltre, fino alla morte avvenuta nell’agosto 1964! Sembra qui di poter dire di una benevola indulgenza di Vacca, o meglio una rimozione delle colpe di Togliatti, sulle quali peraltro la storia ha già detto tutto.
L’autore del saggio sceglie una strada meno battuta, quella della riflessione togliattiana sull’Italia e ancora di più sul mondo nel momento stesso in cui egli agiva: sotto quest’ultimo aspetto, nel volume ha un particolare rilievo l’”ultimo Togliatti”, quello che s’interroga sul «destino dell’uomo» nell’era atomica. In quel quadro, il segretario del Pci incontra la cultura cattolica – siamo negli anni del Concilio Vaticano II – e ne trae ispirazione per una nuova forma di lotta per la pace. Non come orpello propagandistico in fin dei conti “ad usum delphini” pro-Urss come era stato negli anni Cinquanta ma come necessità storica e persino morale dinanzi al pericolo della estinzione del genere umano.
Nel famoso discorso di Bergamo (1963, dunque in anno prima della morte), il leader comunista affermò: «La guerra diventa cosa diversa da ciò che sia mai stata. Diventa il possibile suicidio di tutti, di tutti gli esseri umani e di tutta la loro civilità. E la pace, a cui si è sempre pensato come ad un bene, diventa qualcosa di più e di diverso: diventa una necessità, se l’uomo non vuole annientare se stesso». Alla fine della sua vita, come si vede, c’è un uomo diverso dal capo comunista per decenni brutto interno alla nomenklatura di stanza a Mosca, da egli stesso in parte costruita quando era importantissimo dirigente della Terza Internazionale al servizio di Stalin. Troppo complessa la questione della contraddittoria posizione di Togliatti tra la lezione di Gramsci e gli imperativi di Stalin per trattarla in queste righe. Ma il vero grande problema storico del capo del Pci ci fu dopo, negli anni Cinquanta, quando egli, attardandosi sulla tradizionale analisi della “crisi generale del capitalismo”, non vide i primi segni della crescita e della modernizzazione o meglio non ne trasse spunto per rinnovare radicalmente la linea del partito in senso europeista e riformista.
Tuttavia, proprio alla fine della sua vita, il segretario del Pci – argomenta Vacca – con l’ultima analisi del “nuovo capitalismo” e soprattutto con l’incombere del pericolo nucleare, «Togliatti tendeva a spostare il movimento operaio italiano sul terreno dei “diritti di cittadinanza”, avvicinandolo, così, alle posizioni del socialismo europeo». Per lo storico, era qui il senso ultimo del concetto di “democrazia progressiva” sul quale aveva costruito la piattaforma ideale dopo la Liberazione, un processo dinamico non di breve momento che avrebbe potuto fungere da modello anche per altri Paesi. La morte sopraggiunta nell’estate del 1964 rese impossibile ulteriori evoluzioni della strategia del capo del comunismo italiano. Certo, Togliatti non si sarebbe mai spinto oltre i limiti di una ideologia che, per quanto riletta da Gramsci, era quella della gabbia del marxismo-leninismo.
© Riproduzione riservata





