Sigfrido Ranucci non ci sta: rivuole Report. Dopo una girandola di commenti, anche poco commendevoli, sui suoi successori alla conduzione, ha ripreso a telefonare un po’ a tutti, vociferano a viale Mazzini. Agli amici dei Cinque Stelle, all’UsigRai, ai sindacalisti laureati. L’Ad Giampaolo Rossi, però, non tornerà sui suoi passi. Semmai può avere una striscia su Rai Tre, un Cinque minuti come quelli di Bruno Vespa su Rai Uno. E ci perdonino entrambi per averli così paragonati.

Per ora Ranucci fa spallucce rispetto ai processi sull’attentato che ha subito, dei quali non parla mai. Parla, invece, moltissimo, di quando andò dal concessionario e gli chiesero addirittura il tesserino sanitario. In un vortice di evocazioni, sul palco della Festa del Fatto Quotidiano, davanti a un attonito Luca Sommi, arriva a collegare la richiesta ai suoi dati sanitari di cui sarebbero golosi Peter Thiel e la sua Palentir. In rete qualcuno fa notare che il tesserino sanitario con il codice fiscale viene chiesto sempre, per normativa del Pubblico registro automobilistico.

Che volete, il più grande giornalista d’inchiesta “della storia della televisione italiana” (cit.) non lo sapeva. E d’altronde non sa neanche cosa sanno, adesso, in Procura. Perché sabato scorso Natalia Potenza, ex compagna italo-argentina di Valter Lavitola, è stata ascoltata dal pm di Roma Edoardo De Santis e dai carabinieri dei Nuclei investigativi di Roma e Frascati per una seduta-fiume di dieci ora. La donna, che gestisce il bistrot Cefalù a Monteverde, ha ribadito di non sapere nulla dell’ordigno esploso lo scorso ottobre davanti all’abitazione di Ranucci. La donna, nella lunga e articolata deposizione in Procura a Roma, ha sistemato per le feste il marito e l’amico fraterno del marito, Sigfrido Ranucci: «È un bugiardo. Ma io non lo sono e questo porcone mi sottovaluta». Il materiale depositato, conferito con un pesante faldone alla Procura, consta di decine di pagine in cui si annotano società, conti, giri di fatturazione.

Sul filone finanziario relativo agli affari di Lavitola sono in corso accertamenti. La Procura si è riservata una decina di giorni per operare una prima cernita e definire il proseguimento del percorso investigativo.
A richiamare alla prudenza è stato Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia: «Come diceva Napoleone: lo stesso popolo che ti porta in trionfo è quello che ti porterà al patibolo», ha osservato Sisto, riferendosi anche all’accoglienza tributata a Ranucci da una parte dell’Associazione nazionale magistrati. Secondo il viceministro, quel sostegno avrebbe dovuto essere «più cauto e meditato». Sisto ha richiamato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sui doveri di «moderazione, misura, discrezione» che dovrebbero accompagnare l’esercizio della giurisdizione.

Le certezze, in questa vicenda, per ora sono molte poche. L’attentato dell’ottobre scorso sotto casa di Ranucci, per sua stessa ammissione, è stato opera di Valter Lavitola. Per il resto, tanti dubbi. Tante domande aperte. A partire dalla natura del rapporto tra Lavitola e Ranucci. Perché il faccendiere non viene denunciato dall’ex conduttore di Report. Che preferisce minacciare di denunciare i giornalisti che fanno il loro lavoro: «Ho pronte centinaia di denunce», tuona. E però suona ancora più strano che non si decida ad agire in giudizio contro chi ha confessato di aver fatto mettere l’esplosivo sotto casa. Ecco com’è finito il paladino della libertà di informazione, il magniloquente cantore del diritto-dovere di critica: a fare carte bollate per i suoi colleghi giornalisti.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.