Un bluff, un azzardo compiuto sulla salute di un intero Paese alle prese con l’emergenza coronavirus. Sono queste le accuse, tradotte in turbativa d’asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture, a carico di Antonello Ieffi, l’imprenditore romano arrestato questa mattina.  Si era aggiudicato un bando Consip per la fornitura di 24 milioni di mascherine ma, secondo l’accusa, non sarebbe mai stato in grado di fornirle.

A far scattare le indagini sulla fornitura, una denuncia presentata proprio da Consip alla Procura di Roma per una serie di anomalie riscontrare nella procedura della gara vinta per 15,8 milioni dalla Biocrea, l’azienda utilizzata da Ieffi, che sulla carta si occupa di allevamento e attività agricole. Una delle condizioni della gara era la consegna dei primi 3 milioni di mascherine entro 3 giorni dall’ordine.

Ma il 16 marzo le mascherine non arrivano e iniziano le sollecitazioni da parte della centrale acquisti della pubblica amministrazione. Ieffi risponde adducendo il ritardo ad un problema legato a un volo che dalla Cina avrebbe dovuto portare in Italia le mascherine, già disponibili in magazzino. Ma i controlli messi in campo dall’Agenzia delle dogane all’aeroporto cinese di Guangzhou Baiyun, quello indicato da Ieffi, hanno dimostrato che il carico diretto a Malpensa, in realtà, non era mai esistito.

Consip, il 20 marzo, ha revocato l’appalto e sporto denuncia. Le successive indagini hanno dimostrato che esistevano, a carico dell’azienda, già gravi violazioni tributarie che, se emerse, avrebbero dovuto portare all’esclusione della Biocrea dalla gara. La condotta fraudolenta di Ieffi sarebbe dimostrata, secondo il il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e il pm Alberto Pioletti, anche dal tentativo successivo di partecipare con un’altra società, la Dental Express H24, a una seconda gara per l’approvvigionamento di guanti sterili, occhiali e tute di protezione e camici, dal valore di oltre 64 milioni di euro.

Una volta escluso, per le condanne riportate dall’amministratore unico dell’azienda, ha provato a falsificare alcuni documenti. Il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove ha dunque fatto decidere il gip per la custodia cautelare in carcere.