Esteri
Trump è convinto che le cose con l’Iran stiano andando bene. Flotilla, mandato di cattura turco per Netanyahu
Donald Trump è convinto che le cose con l’Iran stiano andando “molto bene”. “La marina non c’è più, l’aeronautica non c’è più, la leadership non c’è più”, ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti. E tra le minacce di un “D-Day economico” contro Teheran e la conferma da parte del vicepresidente Usa JD Vance della pressione economica come vera strategia di Washington, tutto sembra cristallizzato in un fragile e delicato status quo. Uno status che in realtà non soddisfa nessuna delle parti coinvolte. Trump sa che questa condizione pesa sull’economia e che la sua popolarità è in declino anche per questo conflitto.
La fine della “odissea” della portaerei Abraham Lincoln
La fine della “odissea” della portaerei Abraham Lincoln, sostituita dalla George Washington dopo 272 giorni di missione in mare e le notizie di condizioni sempre più precarie per i 5mila marinai a bordo, è stato l’ennesimo colpo mediatico a un’operazione militare che ha sollevato critiche feroci da parte della stampa e dell’opposizione democratica. E per dare una svolta a questo stallo, l’opzione di The Donald per ora sembra essere quella dell’assedio finanziario e commerciale. Una “Epic Fury economica” che Teheran sta cercando di gestire mentre l’allarme è scattato anche in Cina, principale partner della Repubblica islamica. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha parlato di “una guerra economica” che deve essere affrontata con “una pianificazione”: segno che Teheran vogliono capire come resistere per trascinare ancora questa palude, probabilmente fino alle Midterm in America.
Fase di profonda tensione
Diversa appare invece la posizione del presidente Masoud Pezeshkian che si è detto convinto che questo sia il momento migliore per l’Iran per firmare un accordo di pace. “È meglio porre fine alla guerra ora, perché ci troviamo in una posizione di forza e dignità, e il mondo intero riconosce la nostra vittoria”, ha dichiarato ieri il presidente. E se Washington ha chiesto a Pechino di unirsi alla campagna di pressione economica contro Teheran, dalla Repubblica popolare cinese è arrivato un avvertimento di tutt’altro avviso. Il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha affermato che il governo cinese “si oppone alle sanzioni unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale e nel mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. “L’uso della forza militare e le tattiche di pressione non faranno altro che portare a un’escalation che non gioverà a nessuno” ha sottolineato il funzionario di Pechino, ribadendo l’auspicio che si torni presto al tavolo delle trattative. Ma in attesa che il negoziato si riattivi per davvero, il Medio Oriente resta in una fase di profonda tensione, con focolai di guerra ancora attivi o semplicemente quiescenti e rapporti diplomatici sempre più complessi. Ieri, la Turchia ha formalmente chiesto all’Interpol di emettere un mandato di cattura internazionale per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
La richiesta del cosiddetto “red notice” è giunta nell’ambito del procedimento giudiziario aperto a Istanbul contro 35 imputati, tra cui il primo ministro dello Stato ebraico, per l’intervento contro la Global Sumud Flotilla. Netanyahu ha risposto dicendo che quello di Ankara è un tentativo di “intimidire i leader e i soldati di Israele”. Ma sullo sfondo di questa tensione diplomatica c’è soprattutto il grande fronte dello scontro tra i due Paesi, la Siria. Ieri, il ministro degli Esteri di Damasco, Asaad Hassan Al-Shaibani, ha detto che il la leadership siriana sta valutando di aderire al Patto della Mecca, quello siglato da Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. E la notizia arriva a pochi giorni dal raid dell’Idf contro una base vicino a Idlib, dove Israele riteneva che fosse previsto l’arrivo di un nuovo contingente turco.
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