Gli equilibri nel Golfo
Trump sbatte la porta in faccia agli emiri e gli Houthi conquistano Bab el-Mandeb, mazzata per l’Arabia Saudita
Duro colpo per l’Arabia Saudita che dopo la chiusura di Hormuz aveva dirottato sullo stretto gran parte del trasporto del petrolio. Per i proxy iraniani la navigazione è sicura per tutti tranne che per i sauditi
In pochi giorni, lo scenario dello Yemen è di nuovo cambiato. L’escalation tra Houthi e governo centrale (sostenuto dall’Arabia Saudita) ha visto droni e missili della milizia sciita contro obiettivi sauditi, scontri nelle zone centrali dello Yemen e bombardamenti da parte dell’aviazione di Riad. Ma la partita più importante è quella che si gioca a ovest per il Mar Rosso, dove gli Houthi hanno ormai preso il controllo di buona parte della costa yemenita, delle isole e quindi, di fatto, sullo Stretto di Bab el-Mandeb. Come riportato da Axios, il comandante del Comando militare centrale degli Stati Uniti (Centcom), l’ammiraglio Brad Cooper, è volato ieri in Arabia Saudita per incontri urgenti di coordinamento di fronte all’avanzata dei ribelli filo-iraniani che è apparsa quasi inarrestabile.
In pochi giorni, le forze Houthi hanno conquistato la città portuale di Mocha e si sono diretti verso Dhobab, altro centro sulle coste di Bab el-Mandeb. Insieme a queste operazioni sulla terraferma, i miliziani di Ansar Allah hanno preso d’assalto anche le isole a sud del Mar Rosso, quelle dell’arcipelago di Hanish. Ieri, è arrivata anche la conferma dello stesso governo dello Yemen che le sue forze si erano ritirate dall’isola di Perim, nota anche Mayun, al centro dello stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden. E mentre le isole passano a una a una sotto il controllo dei miliziani sciiti, nell’entroterra prosegue l’altra direttrice dell’offensiva Houthi: quella per consolidare le rotte terrestri e le strade che conducono verso le principali città della costa.
Per il gruppo ribelle si tratta di un’offensiva senza precedenti. Da alcune zone dell’entroterra sono stati costretti a ritirarsi, specialmente nella zona centrale dello Yemen. La mancanza di un’aviazione comporta il rischio di essere costantemente sotto il fuoco degli aerei sauditi che hanno continuato a compiere raid sui miliziani. Ma gli Houthi sperano tanto nella debolezza del governo centrale (che ha chiesto anche l’intervento delle Nazioni Unite) quanto nelle divisioni tra clan e fazioni in tutto il Paese. E allo stesso tempo, la loro speranza è che Riad resti sola in questa escalation costringendola così a trattare la fine delle ostilità. Un segnale, in questo senso, è arrivato proprio da Washington. Secondo Axios, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe chiesto più volte a Donald Trump di intervenire al suo fianco contro gli Houthi. Ma il presidente americano per ben due volte avrebbe rifiutato il suo sostegno a Mbs. I funzionari ritengono che l’amministrazione Usa, in questo momento, non abbia interesse a intervenire direttamente nel conflitto. Il punto però è che questa offensiva a Bab el-Mandeb è strettamente connessa a ciò che accade nell’altro stretto strategico del Medio Oriente, quello di Hormuz.
Per quanto più autonomi rispetto ad altre milizie, gli Houthi sono pienamente parte del cosiddetto Asse della Resistenza guidato da Teheran. E non è un caso che ieri il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref, si sia congratulato con i ribelli dello Yemen e abbia chiesto ai Paesi arabi e della regione di “liberarsi dalla dipendenza e unirsi sotto la bandiera dell’Islam”. Un invito che significa soprattutto allontanare la presenza militare Usa dal Medio Oriente. Del resto, la Repubblica islamica ora ha due armi da potere usare nelle trattative con gli Stati Uniti e con i Paesi del Golfo, con cui si dovrebbe incontrare lunedì in Oman proprio per discutere di un regime provvisorio per i transiti nello Stretto di Hormuz. Da una parte ha le porte del Golfo Persico e la minaccia rappresentata dai missili. Dall’altra, Teheran può contare anche sul controllo indiretto di Bab el-Mandeb. Uno stretto dove si muove circa il 10% del traffico petrolifero marittimo globale e un quarto del traffico mondiale di container.
© Riproduzione riservata






