Gli esami di maturità
Umberto Costi: “Dignità al riformismo saragattiano, fu il capostipite della tradizione europeista”
Alla Maturità è stata estratta la traccia, per il tema argomentativo, su Saragat e la Costituzione. Dovrebbe esserci uno sforzo corale per restituire Saragat e la socialdemocrazia italiana nella mente di migliaia di studenti. Ne parliamo con il presidente della Fondazione Giuseppe Saragat, Umberto Costi.
Il nome di Giuseppe Saragat è tornato al centro dell’attenzione grazie alla traccia della Maturità. È una riscoperta tardiva?
«Io colgo un dato positivo: finalmente Saragat viene riscoperto, opportunamente e anche doverosamente. Mi colpisce però un fatto. Il 2 giugno 1946 viene eletta l’Assemblea Costituente per garantire la transizione dalla dittatura monarco-fascista alla democrazia e per scrivere la Costituzione. Il 25 giugno la stessa Assemblea elegge Saragat presidente. Poi, l’11 gennaio 1947, con la scissione di Palazzo Barberini, Saragat sparisce dalla memoria pubblica. Sparisce il pensiero di un riformatore, così come era già accaduto con Matteotti».
Perché questa rimozione?
«Perché non gli hanno mai perdonato la sua netta scelta occidentale. Non gli hanno mai perdonato gli Stati Uniti d’Europa, l’adesione alla Nato, il Patto Atlantico. Anche quando fu eletto Presidente della Repubblica, con il voto dei comunisti, questa sorta di damnatio memoriae non si è mai davvero interrotta».
Sta dicendo che Saragat è stato cancellato perché non si è allineato alla cultura politica dominante della sinistra?
«Se Saragat non avesse fatto la scissione di Palazzo Barberini, oggi sarebbe celebrato come uno dei grandi santoni della sinistra. E invece lui ruppe con il pensiero unico comunista. Oggi siamo tutti riformisti, tutti europeisti. Ma chi è stato il capostipite di questa tradizione? Chi ne è stato il padre tutelare?».
E la risposta è Saragat.
«Certamente. Saragat parlava d’Europa già nei primi anni del Novecento. Aveva rapporti con Adenauer, con Paul-Henri Spaak, con Léon Blum, con Altiero Spinelli, con Luigi Einaudi. Pensava agli Stati Uniti d’Europa quando comunisti e socialisti erano contrari. Questa traccia della Maturità va nella direzione giusta e ci riempie di gioia. Speriamo però che sia l’inizio di una vera presa d’atto».
Qual era il nucleo del suo pensiero politico?
«L’idea che la democrazia sia l’unico orizzonte dentro il quale possa realizzarsi il socialismo democratico. Non esistono scorciatoie rivoluzionarie. Questo è il cuore del riformismo saragattiano».
Molti studenti avranno letto il suo nome per la prima volta proprio oggi.
«Purtroppo è così. E non per colpa loro. È così perché Saragat non compare adeguatamente nei libri di storia. Non c’è un riconoscimento sufficiente del ruolo che ha avuto nel salvare la democrazia italiana».
Quanto fu importante il suo ruolo nell’Assemblea Costituente?
«Fondamentale. Il Partito Socialista aveva 115 deputati e il Partito Comunista 104. Quando avviene la scissione, una parte decisiva del socialismo democratico si schiera con Saragat. Questo rende possibile, negli anni successivi, la scelta atlantica e occidentale della Repubblica italiana insieme alla Democrazia Cristiana».
Le istituzioni ricordano abbastanza Saragat?
«Direi di no. A Roma c’è un modesto viadotto che porta il suo nome, mentre altre figure hanno ricevuto ben altra visibilità. Via Palmiro Togliatti è lunga otto chilometri. Non è questo il momento per dare giudizi su altri protagonisti della storia italiana, ma il dato è evidente».
Chi dovrebbe colmare questo vuoto di memoria?
«Le istituzioni certamente. Ma anche la Rai, la cultura, il mondo dell’informazione. I media hanno una responsabilità enorme. Dovrebbe esserci uno sforzo corale per restituire a Saragat il posto che merita nella storia repubblicana».
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