Un anno fa, a fine giugno, Luigi Marattin, docente di economia e deputato alla seconda legislatura, veniva eletto Segretario nazionale del Partito Liberaldemocratico, in occasione del primo congresso. È stato un primo anno denso, come ricorda in questa conversazione. Con molte sfide ancora davanti.

I liberaldemocratici rappresentano una novità nel panorama italiano. È una scommessa ambiziosa in un Paese che negli ultimi quindici anni ha premiato quasi sempre forze populiste. Perché dovrebbe essere diverso oggi?
«Perché tutte le volte che il paese ha premiato i populisti, i risultati non sono mai arrivati. Le buste paga sono rimaste le stesse, così come la dichiarazione dei redditi o l’insicurezza nel girare la sera tardi. Nell’ultimo decennio almeno tre volte si è presentato qualcuno dicendo “io non ho mai governato, fammi provare e ti risolvo in un colpo tutti i tuoi problemi”. Ogni volta non succedeva, il malcapitato crollava nei sondaggi e alle successive elezioni si passava a provare il populista successivo (ed è esattamente quello che sta per succedere ora con Vannacci). La speranza è che gli italiani abbiano capito che dar retta all’ennesimo pifferaio magico non solo è inutile, ma è pure dannoso».

In pochi mesi il Partito Liberaldemocratico è riuscito a conquistare uno spazio politico riconoscibile. Qual è stata, finora, la scelta più importante che avete compiuto? E sul vostro programma di governo, alle politiche del 2027, cosa troveremo?
«La scelta più importante che abbiamo fatto è stato avere il coraggio di nascere, e creare una comunità politica che, insieme, fa crescere una classe dirigente nuova. Proprio domani concluderemo la nostra prima Scuola di Formazione Politica, che è durata 4 mesi e ha coinvolto centinaia di persone. Alle politiche del 2027 offriremo l’impegno di ridurre la spesa pubblica dell’un per cento all’anno, per poter ridurre le tasse di 70 miliardi; l’impegno a tradurre ogni anno in legge le raccomandazioni dell’Antitrust per promuovere mercato, liberalizzazioni e concorrenza; a tornare al nucleare sul serio, e con la tecnologia esistente. A riformare la scuola senza avere il terrore del conservatorismo dei sindacati. Un menu tipicamente liberale, adattato al nostro secolo».

La firma della pace tra Stati Uniti e Iran è molto contestata. Si lascia mano libera ai Pasdaràn mentre si condanna ogni giorno Israele. Cosa sta succedendo? Battista parla di una Caporetto dell’Occidente…
«Noi eravamo tra quelli che chiedevamo di non essere sordi di fronte alla richiesta di pace, libertà e democrazia dei giovani iraniani che venivano massacrati a decine di migliaia nelle strade da un regime criminale. Dopo l’intervento militare, non solo quei giovani sono stati completamente dimenticati, ma l’Iran rischia di ricevere addirittura maggiori risorse economiche. Perlomeno per le informazioni che abbiamo al momento. Un bilancio quindi fallimentare. Speriamo almeno che l’obiettivo minimo (eliminare la possibilità che l’Iran si doti di un’arma nucleare) sia raggiunto, ma al momento non possiamo dire neanche quello».

A proposito delle prossime elezioni, la maggioranza sembra in impasse, con Vannacci in campo. Come si andrà a votare? Se le due coalizioni fossero al di sotto del 42 per cento, il sistema tornerà ad essere proporzionale?
«Questo dice l’attuale versione della nuova legge elettorale. Ma se sarà approvata o meno, lo sapremo solo in autunno temo. Noi la proposta di tornare direttamente al proporzionale l’avevamo fatta, ma il mio emendamento è stato bocciato due giorni fa in Commissione. Ma lo ripresenterò in Aula. Perché in un paese in cui ormai esistono almeno cinque culture politiche profondamente diverse – i socialisti, i M5S per quanto a loro possa adattarsi il termine “cultura politica”, i liberali riformatori, i popolari-conservatori e i sovranisti – l’unico sistema elettorale possibile è un proporzionale con sbarramento al 5%».

L’economia italiana continua a muoversi attorno allo zerovirgola. Eppure la crescita sembra non interessare il dibattito pubblico. Perché la politica ha smesso di parlare di produttività e sviluppo?
«Perché nei media rende di più parlare di chi fa il leader di questo o quel partito, o dell’ultima polemica, gossip o indiscrezione. Ha un rapporto costo/beneficio più favorevole: il politico o il giornalista non deve sforzarsi di imbastire una proposta, verificare dati o approfondire i temi, e i lettori (abituati a questo modo di intendere l’attività politica) rispondono meglio, come se si trattasse di una soap opera. Al contempo, chi propone di rifare il sistema di contrattazione collettiva per alzare i salari o cambiare il diritto amministrativo per ridurre la burocrazia viene bollato come un “tecnico”, una categoria che nel dibattito politico è appena un gradino sopra a quella di un serial killer».

Sul fisco continuano a confrontarsi due approcci: chi propone nuove tasse e chi promette tagli generalizzati. Qual è la ricetta?
«Quella del Partito Liberaldemocratico è molto chiara. Chi voterà per noi voterà l’impegno di ridurre la spesa pubblica di un 1% l’anno per 5 anni, per avere le risorse per abolire l’Irap, azzerare l’Ires sugli utili non distribuiti, abbassare la tassazione sul risparmio e ridurre di decine di miliardi l’Irpef sul ceto medio e le società di persona. Allo stesso tempo, sull’Irpef vogliamo abolire quasi tutte le deduzioni e detrazioni e trasformare il sistema in uno spiegabile ad un bambino di 6 anni: guadagno 100, sottraggo il “minimo esente” (una maxi-deduzione che elimina dalla tassazione ciò che serve per vivere), e applico le tre aliquote progressive. Quindi un fisco più semplice e più leggero».

Anche su emergenze vere come le prospettive su sovranità energetica, difesa e sicurezza ci sembra di vedere due schieramenti, centrodestra e centrosinistra, distratti.
«La sovranità energetica si raggiunge producendo energia elettrica con un equilibrato mix di rinnovabili e nucleare, che ha pure il vantaggio di non inquinare. Su difesa e sicurezza ci siamo affidati ad un numero uno: l’ex-capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Pietro Serino. La nostra risposta a Vannacci. Molto più serio e molto più utile a risolvere i problemi dei cittadini italiani. Sul nostro sito trovate le decine di proposte (serie, credibili e realistiche) che abbiamo fatto in materia».

L’uscita di Pina Picierno dal Pd, dopo quella di Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini, certifica una crisi di quella storia. Che alcuni anni fa è stata anche la sua. Oggi serve un altro “adulto nella stanza”, magari ancorato alle nuove sfide europee?
«Circa dieci anni fa il Pd aveva iniziato il suo cammino di trasformazione in un partito di tradizionale sinistra massimalista. Per quello me andai nel 2019, in maniera definitiva. Non trovo nulla di strano nel fatto che anche l’Italia – come tutti gli altri paesi europei – abbia un’offerta politica di quel tipo (per la patrimoniale, contro il nucleare, per l’aumento della spesa pubblica, per la difesa ad oltranza dei sindacati ecc). Trovo molto strano invece che alcuni liberal-riformatori insistano nel pensare che con una impostazione del genere si possa in qualche modo abbozzare una proposta politica che possa poi diventare un programma reale di governo».

Esiste oggi uno spazio politico per costruire una casa comune che riunisca liberali, popolari, riformisti ed europeisti rimasti senza rappresentanza? Va individuata una figura capace di federare le diverse anime?
«Come ho detto a Milano all’iniziativa degli Europeisti.eu, lo capiremo in autunno. Quando sapremo con che regole si voterà, e se le elezioni saranno lontane sei mesi oppure un anno. Ma soprattutto capiremo se saremo riusciti a creare uno spazio condiviso, un progetto chiaro e coerente, un gruppo dirigente unito fatto di persone che si fidano l’uno dell’altro (e non si considerano minacce), e aperti verso la società civile e le energie nuove. In questo caso il progetto ci interessa; anzi, costituisce l’obiettivo per cui siamo nati».

I sondaggi attribuiscono oggi al PLD circa l’1,2 per cento. Per un partito nato da poco più di un anno è un risultato significativo. Che cosa l’ha colpita di più in questi primi 15 mesi di vita del suo partito?
«Il numero di persone che si sono messe in gioco, dal Verbania a Ragusa, da Cagliari a Trieste, da Taranto alla Liguria, per non parlare degli italiani all’estero. Dedicano parte della loro giornata a questo progetto, e lo fanno senza avere né visibilità né guadagno di alcun tipo, attuale o futuro. E lo fanno col sorriso sulle labbra, senza lamentarsi mai. Una comunità straordinaria di uomini e donne a cui non arrivano “ordini dall’alto” ma che sono protagonisti e che crescono insieme. Io rappresento, temporaneamente, questa comunità politica. Sto facendo il possibile per farla crescere, e una sola cosa non mi si può chiedere: quella di non rispettarne la dignità e il lavoro che questi uomini e donne fanno in nome di un’idea in cui credono».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.