Può capitare – e questo è il caso – che si debba scrivere una recensione di un libro che parla di una persona che si è conosciuta e apprezzata, il che provoca qualche naturale esitazione. Questa persona è Peppino Caldarola, storico giornalista dell‘Unità – anche direttore – e poi deputato dei Ds e dell’Ulivo. Una bella figura, un uomo molto appassionato, colto, ironico, che ci ha lasciato pochi anni fa. Peppino Caldarola è, o meglio, dovrebbe essere, il protagonista di questo libro scritto dal figlio Antonio intitolato appunto “Peppino Caldarola, mio padre” (Gruppo Ctl Editore). Abbiamo scritto «dovrebbe essere il protagonista», perché in realtà il vero protagonista è l’autore, cioè il figlio: lo nota anche Bruno Gambacorta nella postfazione.

Dunque, Antonio racconta la sua infanzia, l’adolescenza, la prima giovinezza: a Bari, poi a Roma. Un ragazzo come migliaia di altri, con i suoi problemi, le sue scoperte. La scuola, le amicizie difficili, la musica degli anni Ottanta. In un’infanzia abbastanza tormentata, il padre («Papo») dov’è? Questa è la domanda ossessiva di Antonio fin da piccolo. Già, perché Peppino non c’è mai, al massimo s’intravede. Lavora sempre, per il Partito, per il giornale. Malgrado non stia molto bene, si dedica anima e corpo alla sua “missione”: perché tale era, allora, l’impegno politico. Il figlio non accusa il padre: ne prende atto. Dentro probabilmente lo rimprovera. Certo, gli manca. Ma la vita va avanti così, nella sua routinaria sequenza, col padre che diventa figura mitica proprio perché sfugge. Fino al riavvicinamento che avviene quando Antonio è già vicino alla laurea e il padre mostra segni di difficoltà fisica. Si comprende infine che in realtà Peppino c’era sempre stato, seppure a modo suo.