Tra l’anno accademico 2018/19 e il 2024/25 l’Università di Padova è passata da 59.886 a 74.268 iscritti: 14.382 in più, il 24%, la crescita assoluta più consistente dell’intero comparto statale italiano. Verona è salita da 23.381 a 27.234 (+16,5%), lo Iuav da 3.942 a 4.794 (+21,6%). Nello stesso arco di tempo Ca’ Foscari è scesa da 21.159 a 19.459: 1.700 studenti in meno, meno 8%. I numeri stanno nella tabella 1.1.6 del rapporto ANVUR e restituiscono un Nord-Est che nel complesso guadagna 36.576 iscritti, la crescita relativa più alta del Paese.

Le classifiche Censis pubblicate il 14 luglio raccontano la stessa regione con un altro linguaggio: Padova confermata prima tra i mega atenei statali con 91,2 punti, davanti a Bologna (87,8), e Ca’ Foscari stabile al sesto posto tra i medi con 89,3, in una graduatoria guidata quest’anno da Sassari. Nessuna contraddizione: le due fotografie misurano cose diverse. Il Censis pesa strutture, servizi, borse, internazionalizzazione. L’ANVUR conta le persone che si iscrivono.

Il caso veneziano merita attenzione perché nella stessa città due atenei vanno in direzioni opposte. Lo Iuav guadagna 852 studenti, Ca’ Foscari ne perde 1.700. Una parte della spiegazione sta nella composizione dell’offerta: secondo l’ANVUR, negli atenei statali il gruppo linguistico ha perso il 23,5% degli iscritti al primo anno rispetto al 2018/19, l’agrario-forestale il 22,3. Sono le due sole aree in contrazione dell’intero sistema, e Ca’ Foscari è storicamente l’ateneo italiano delle lingue. L’altra parte della spiegazione è la città stessa, dove un posto letto in residenza universitaria a tariffa libera costa 560 euro al mese e il mercato privato compete con l’affitto turistico.

Da qui in avanti la questione smette di essere accademica e diventa contabile. Lo schema di decreto sui criteri di riparto del Fondo di finanziamento ordinario 2026, su cui il Consiglio universitario nazionale si è espresso il 22 luglio e che dovrà passare al vaglio delle commissioni parlamentari, porta lo stanziamento a 9.414.911.950 euro. Al netto dei 49,3 milioni versati all’erario per la riduzione del turnover, le risorse effettivamente ripartibili sono 9.365.562.965: rispetto al 2025 l’aumento lordo è di 47 milioni, l’importo netto è sostanzialmente fermo. Dentro quel perimetro cambia però il meccanismo distributivo: la quota calcolata sul costo standard per studente sale dal 36 al 38%, 130 milioni in più, e la clausola di salvaguardia che limita le oscillazioni scende dall’intervallo +1/+6% a 0/+5.

Il CUN ha dato parere favorevole, ma ha messo a verbale un avvertimento che riguarda il Veneto più di quanto sembri. Il Consiglio chiede al ministero un monitoraggio periodico degli effetti del costo standard e segnala tre variabili da tenere d’occhio: innanzitutto l’incidenza delle dinamiche demografiche sulla capacità degli atenei di attrarre e mantenere studenti, poi l’impatto della no tax area sulle entrate, quindi la sostenibilità economico-finanziaria delle università collocate nelle aree più interessate dalla mobilità studentesca in uscita. Tradotto: chi perde iscritti perde soldi, e li perde in proporzione crescente.

Il picco delle immatricolazioni

Sul quando, l’ANVUR è preciso. Il picco delle immatricolazioni cadrà nel 2027/28, quando i nati del 2008 compiranno diciannove anni: circa 345mila immatricolati totali. Dal 2028/29 comincia il declino strutturale, e nel 2043/44 gli immatricolati scenderanno a 221mila. Meno 35% in meno di vent’anni, senza margini di interpretazione, perché quei ragazzi sono già nati.

Restano le leve. L’internazionalizzazione, dove l’ANVUR colloca l’Italia ancora sotto i principali sistemi europei per capacità di attrarre studenti dall’estero. E soprattutto gli abbandoni. Nella coorte 2018/19, a sei anni dall’iscrizione, il 62,7% degli immatricolati alle triennali ha conseguito il titolo e il 26,4% ha interrotto gli studi: uno su quattro. Attrarre da fuori e trattenere chi è già dentro vale più di qualunque campagna di orientamento.