L’arresto di Valter Lavitola – presunto innocente fino a sentenza definitiva, perché il garantismo non si sospende neppure per i personaggi da romanzo – ha consegnato alle cronache un’ordinanza di quasi duecento pagine. Il gip è netto su un punto: nessun elemento per ritenere Sigfrido Ranucci d’accordo con l’amico; il conduttore di Report è persona offesa, vittima inconsapevole. Prendiamone atto, senza riserve.

Le chat e la discesa in campo

Ma accanto alla vicenda giudiziaria ce n’è un’altra, che giudiziaria non è. Oltre venti pagine di chat raccontano un rapporto quotidiano, durato anni: Lavitola che adula, incoraggia, progetta la “discesa in campo” («tra due anni fai il Presidente»), e Ranucci, che inoltra gli ascolti della sera prima, si compiace, e in un anno di lusinghe non mette mai un punto all’argomento.

Poi, sostiene l’accusa, l’amico gli avrebbe organizzato perfino un attentato per lanciarlo in politica. A sua insaputa, naturalmente: da Scajola in poi, che ebbe la faccia di dirci della casa al Colosseo comprata a sua insaputa, il Paese pullula di benefattori così. Case, carriere, ordigni, tutto all’insaputa del beneficiario. Noi, di amici tanto premurosi, non ne abbiamo mai incontrati in vita nostra.

Il giornalista, il candidato e l’amico del faccendiere

E qui il discorso si allarga. Se un giornalista d’inchiesta coltiva — o si lascia coltivare — l’ambizione di una carriera politica, diventa legittimo chiedersi se certe inchieste nascano dalla notizia o dal progetto: il sospetto, ingeneroso finché si vuole, ormai è servito. Pirandello ci ha insegnato che ciascuno di noi è uno, nessuno e centomila: qui, nello stesso volto, convivono il giornalista, il candidato in pectore e l’amico del faccendiere. E lo spettatore non sa più quale maschera stia guardando. Da questa storia, al di là di ogni rilevanza penale, non esce bene nessuno: non il giornalismo italiano, non la Rai che di quel giornalismo è la casa. Ai telespettatori, il compito di guardare la prossima inchiesta con lo spirito critico che merita. E un’ultima cosa, che sia chiara: prediche di moralità e di legalità, da questo pulpito, non ne accettiamo più.

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