Il conflitto
Usa, armi per 2,8 miliardi a Israele: avanti con l’alleanza di ferro. A Gaza crolla un palazzo, l’IDF accusa Hamas
TEL AVIV
La realpolitik e la retorica pubblica della Casa Bianca viaggiano ormai su due binari paralleli. Da un lato ci sono i contratti della difesa che continuano verso Tel Aviv; dall’altro, un linguaggio politico sempre più cauto, talvolta persino distante, che riflette le crescenti tensioni geopolitiche ed elettorali interne agli Stati Uniti. Nel pieno delle pressioni internazionali per il riassetto del Medio Oriente, Washington ha dato via libera a un nuovo e imponente pacchetto di vendite di armamenti e munizioni a Israele per circa 2,8 miliardi di dollari. La decisione strategica conferma come l’alleanza di ferro con lo Stato ebraico rimanga un pilastro intoccabile per la sicurezza nazionale americana. Tuttavia, a fare rumore sono le ombre diplomatiche che accompagnano l’intesa.
Negli ambienti dell’Amministrazione e tra i vertici di Washington, il clima non è più quello dei mesi trascorsi. Le recenti e controverse dichiarazioni del vicepresidente JD Vance hanno palesato una nuova narrazione: pur riaffermando l’impegno storico degli Stati Uniti come principale garante di Israele, Vance non ha esitato a tracciare una linea di demarcazione politica. Le sue parole riflettono la crescente insofferenza di una parte dell’elettorato “America First” verso impegni esteri percepiti come illimitati, oltre ai contrasti emersi con la leadership politica israeliana su come gestire la fase successiva del conflitto e i fragili equilibri della regione. Da parte sua, Tel Aviv accoglie l’approvazione delle armi come una conferma fondamentale del sostegno strategico americano indispensabile per la propria sicurezza e deterrenza nella regione. Al contempo, il governo israeliano minimizza i distinguo politici e le freddezze verbali di Vance, interpretandoli come dinamiche di propaganda elettorale interna statunitense che non scalfiscono la sostanza di un’intesa militare solidissima.
Mentre nel palazzo del potere si consuma questo equilibrismo diplomatico, a Gaza, nel quartiere di Tal Hawa, un edificio di sette piani già fortemente lesionato dai recenti bombardamenti è improvvisamente crollato su sé stesso. La struttura, resa instabile dalla guerra, era diventata un rifugio di fortuna per centinaia di sfollati palestinesi che non avevano altro posto dove andare. Il bilancio provvisorio, secondo quanto riferito dalle autorità di soccorso locali e dai portavoce di Hamas, parla di almeno 20 morti e oltre 50 feriti, con decine di persone ancora disperse sotto le macerie. Riguardo al drammatico crollo, le forze militari israeliane (Idf) attribuiscono la responsabilità dell’accaduto alla precarietà strutturale causata dall’uso dei fabbricati da parte di Hamas come infrastrutture operative, ribadendo che l’esercito adotta ogni precauzione per evitare danni ai civili e accusando il gruppo armato di esagerare o strumentalizzare i bilanci delle vittime a fini di propaganda internazionale.

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