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Veneto, nel quartiere Piave di Mestre il 35% dei residenti è straniero. La Regione che ha superato la soglia
Nel quartiere Piave di Mestre, fra la stazione e il parco Piraghetto, oltre il 35 per cento dei residenti è di origine straniera. Quasi tutti i bambini della zona frequentano lo stesso istituto comprensivo, il Caio Giulio Cesare, cinque plessi fra materne, elementari e medie: nelle classi prime gli alunni con cognome straniero arrivano a nove su dieci. Il dato è diventato caso nazionale con l’annuncio di Giorgia Meloni sul tetto del 30 per cento e con lo striscione comparso nei giorni scorsi davanti alla scuola, firmato dall’organizzazione neonazista Veneto Fronte Skinhead. Il decreto è atteso in Consiglio dei ministri, secondo fonti di governo, già giovedì.
Sul dossier Giulio Cesare il Comune di Venezia lavora da settimane: l’assessora alle politiche educative Maika Canton, dopo un incontro con la dirigente scolastica, ha chiesto un confronto con il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale Marco Bussetti, fissato per la prossima settimana. Il nodo che il Comune pone è il costo: redistribuire i bambini fra istituti diversi comporta organizzare e finanziare i trasporti, e per l’amministrazione “è impensabile caricare il peso economico di questa operazione” soltanto sui Comuni. Per la segretaria della Flc Cgil di Venezia Edina Kadic il fenomeno non riguarda solo quell’istituto ma diverse scuole della terraferma, a partire da Marghera. I numeri regionali danno la misura del fenomeno. Secondo la Fondazione Ismu, con 94.669 alunni stranieri nell’anno scolastico 2024/25 il Veneto è la terza regione italiana dopo Lombardia ed Emilia-Romagna. Sulla base delle rilevazioni del ministero dell’Istruzione diffuse in questi giorni, le classi statali che superano il 30 per cento sono il 10,5 per cento del totale regionale: meno che in Lombardia (16,8), Emilia-Romagna (15,6), Liguria (13,9) e Piemonte (11,2), molto più che nel Mezzogiorno, sotto l’uno per cento quasi ovunque.
La concentrazione maggiore si registra fra i più piccoli. Secondo l’elaborazione diffusa da Tuttoscuola sui dati ministeriali dell’anno scolastico 2024/25, nelle materne statali venete i bambini stranieri sono circa il 25 per cento, nel Veneziano il 27: lì una scuola dell’infanzia su dieci ha più stranieri che italiani. In Veneto le materne in cui gli italiani sono in minoranza sono 46. Nella sola provincia di Venezia, secondo i dati Istat relativi all’anno scolastico 2024/25, gli alunni stranieri sono il 20,69 per cento alle elementari, il 19,40 alle materne e il 18 alle medie. La distribuzione, però, non è omogenea. Il Cestim, centro studi sull’immigrazione, ha analizzato le 791 scuole di Verona e provincia in un dossier aggiornato al 2023: gli alunni con cittadinanza non italiana sono il 17,2 per cento del totale, ma 118 plessi, il 14,9 per cento, superano il 30 per cento; un altro 32,6 per cento si colloca fra il 15 e il 30, mentre 29 scuole non hanno alcun alunno straniero.
Sul merito della misura le posizioni divergono. Erica Baldelli, presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi a Verona, osserva che un istituto non può rifiutare un’iscrizione, se non per mancanza di spazi, e che per questo il tetto della circolare Gelmini del 2010 è rimasto in larga parte inapplicato. La Regione si è invece espressa a favore del principio di fondo: l’assessora all’istruzione Valeria Mantovan ricorda che evitare concentrazioni eccessive facilita l’apprendimento dell’italiano, ed è favorevole ai corsi di lingua obbligatori per i genitori.
Il precedente, in laguna, esiste già. Nel 2018 Comune di Venezia, Prefettura, Regione e Ufficio scolastico regionale firmarono un protocollo che indicava come riferimento proprio il 30 per cento di alunni di origine migratoria per classe, con le deroghe di legge e una fase iniziale più flessibile. Ne sono seguite difficoltà applicative e organizzative, ricorda la consigliera regionale di Fratelli d’Italia Laura Besio, che di quel protocollo si occupò da assessora comunale alle politiche educative: le regole, osserva, da sole non bastano. Con l’assessora Mantovan lavora ora sui numeri minimi per formare le classi, una delle condizioni organizzative senza le quali, dove la composizione demografica è cambiata, una distribuzione equilibrata resta sulla carta.
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