Politica
Verso le elezioni, gli elettori cambiano simbolo ma restano nella stessa famiglia
Il mondo occidentale nel suo complesso, ed il nostro paese in particolare, ha vissuto come noto per decenni una forte stabilità di comportamento elettorale, quando le motivazioni di voto erano attribuibili per una vasta quota di elettori al cosiddetto “voto di appartenenza”, demarcato per questo da un forte livello di fedeltà, una “fedeltà pesante”, frutto del radicamento delle tradizionali sub-culture cattolica, da una parte, e social-comunista, dall’altra.
Era radicato quasi nel suo Dna il rapporto del cittadino con il proprio partito, punto di riferimento più rilevante nella strutturazione della sua personalità non solo politica: si diceva che si rimanesse fedeli “dalla culla alla tomba”. Tramontate le tradizionali appartenenze sub-culturali della prima repubblica, si è in parte ricostituita in Italia una inedita spaccatura di tipo ideologico grazie all’avvento di Berlusconi, nella seconda repubblica post-tangentopoli. La forte contrapposizione tra la visione del mondo del berlusconismo e quella della sinistra ha permesso di ricostruire una nuova appartenenza, basata su ciò che è stata definita come “fedeltà leggera”.
Il voto riacquistava una nuova forma di stabilità, legata non più all’importanza che il partito rivestiva come rappresentante dei propri interessi, o della propria sub-cultura di riferimento, quanto alla condivisione delle ideologie che le due aree politiche rappresentavano. Nel post-Berlusconi, il voto è diventato erratico. La maggior parte degli elettori ha sperimentato nuove vie, da una consultazione all’altra. Quando si votava, e lo si faceva sempre meno frequentemente, le logiche di scelta erano spesso dettate da una sorta di voto “emozionale”, sempre meno strutturato e sempre più conseguenza di rapidi innamoramenti e repentini disamori (da Renzi a Salvini per arrivare a Meloni, si cambiavano le scelte nel giro di un paio d’anni).
Poi, qualcosa è cambiato di nuovo. Da qualche anno, si è come ricostituita l’idea della presenza di famiglie politiche, partiti che fanno parte della stessa area alla quale si resta comunque fedeli. Mutamenti di voto continuano, ma restano nell’ambito della stessa coalizione o del medesimo recinto di riferimento, senza tradimenti che non siano quelli dell’astensione, del non-voto magari episodico. Così, anche oggi come allora, chi vota Fratelli d’Italia non disdegna una futura scelta verso la Lega (per il 36%), verso Forza Italia (addirittura per il 50%) o verso Vannacci (36%). E così per tutti gli altri elettori della stessa area di riferimento. Tra i leghisti, oltre i due terzi è tentato ad esempio di votare la Meloni e per il 50% Forza Italia.
E lo stesso accade nell’area progressista: gli elettori di Pd e AVS sono disposti a votare l’altro partito per una quota vicina al 50%, una percentuale che si abbassa leggermente per i pentastellati, che manifestano minore disponibilità a “tradire” il proprio movimento per gli altri alleati, complice evidente una storia, quella del Movimento 5 stelle, un pochino esogena rispetto a quella delle altre formazioni. Le famiglie politiche tornano dunque in auge, come agli albori della seconda Repubblica: niente matrimoni misti verrebbe da dire. Cambiare voto si può ma, rigorosamente, all’interno della stessa famiglia.
© Riproduzione riservata






