In cinque giorni, Zelensky ha rimosso due figure chiave del suo entourage. Prima ha silurato il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov per placare il comandante in capo Oleksandr Syrsky; poi, sotto la pressione di una piazza che non si è fermata, ha rimosso Syrsky per rispondere a quella stessa piazza. Infine il presidente ucraino ha annunciato su Telegram che il nuovo comandante in capo delle forze armate sarà Mykhailo Drapatyi. È un ribaltamento senza precedenti in tempo di guerra, e dice molto sullo stato del Paese. Il punto di partenza è il rimpasto del 16 luglio, il più vasto della presidenza Zelensky, che aveva già visto le dimissioni della premier Svyrydenko. In quella tornata Fedorov, 35 anni, ex ministro della Trasformazione digitale e volto della strategia dei droni, fu rimosso dal Ministero della Difesa dopo sei mesi di conflitto aperto con Syrsky. Zelensky aveva ammesso ai parlamentari del suo partito che, in un mondo ideale, avrebbe dovuto rimuovere entrambi, ma che non poteva permettersi di farlo in quel momento. La scelta era ricaduta su Fedorov, e la piazza non l’aveva digerita.

Le proteste erano esplose subito, a Kyiv e in altre città. Ma il 17 luglio è accaduto qualcosa di insolito: Fedorov ha tenuto un briefing pubblico di 90 minuti, che lui stesso ha definito “una conversazione da adulti”, in cui per la prima volta ha rivelato i dettagli dello scontro con Syrsky, inclusa una diapositiva con i dieci problemi principali delle forze armate, documento che fino ad allora aveva visto solo Zelensky. Una mossa politica precisa, non uno sfogo. Il messaggio alla piazza era chiaro: sapete perché sono andato via, e sapete chi ha vinto. La piazza ha risposto spostando il bersaglio: dai cartelli per Fedorov ai cartelli contro Syrsky, soprannominato “il macellaio” per una strategia ritenuta indifferente alle perdite umane. La famiglia di un medico da campo, menomato in guerra, esibiva un cartello che diceva: “Non posso stare a guardare. Non resterò in silenzio”.

Outgoing Ukraine’s Defense Minister Mykhailo Fedorov speaks during a briefing to journalists in Kyiv, Ukraine, Thursday, July 16, 2026. (AP Photo/Dan Bashakov)
Associate Press/ LaPresse
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Syrsky aveva avuto la sua stagione di popolarità: nel 2022 comandò la difesa di Kyiv e la controffensiva che liberò il nord-est, e assunse il comando supremo nel febbraio 2024 dopo che Zelensky aveva silurato Valery Zaluzhny, diventato troppo popolare e quindi troppo scomodo. Ma gli anni successivi avevano logorato la sua immagine. L’accusa ricorrente era quella di privilegiare la tenuta delle linee a ogni costo, senza tenere conto delle perdite. La stessa tensione che lo aveva messo in rotta di collisione con Fedorov, che puntava invece sulla guerra tecnologica – droni, robotica, asimmetria – come risposta alla sproporzione di uomini e mezzi con la Russia.

Zelensky ha ceduto. La sostituzione di Syrsky con Drapatyi è la risposta diretta alle settimane di proteste e alla pressione che Fedorov, pur fuori dall’esecutivo, ha continuato a esercitare dall’esterno. Resta aperta la domanda più importante: Fedorov rientrerà? Zelensky aveva detto di essere “fiducioso che Fedorov rimarrà nella sua squadra”, ma le fonti riportano che l’offerta di un ruolo non centrale sarebbe già stata rifiutata. Dopo aver dimostrato di avere la piazza dalla sua – e di poterla usare come leva – è difficile immaginare che accetti qualcosa che non sia il suo posto al Ministero. Quello che resta sullo sfondo è il quadro più inquietante: un Paese in guerra che, per la seconda volta in meno di una settimana, vede il suo presidente rimuovere figure chiave in materia militare. Il segnale che l’Ucraina manda ai propri alleati è quello di una leadership che regge, ma che è più fragile di quanto la facciata mostri. E questo, per chi deve decidere quanto e come continuare a sostenere Kyiv, non è un dettaglio.