Società
All’Italia manca ancora la classe dirigente. Il Paese dei rinvii, dei ripensamenti e del doppio gioco
“La formazione di una classe dirigente è un mistero della storia, che né il materialismo, né l’idealismo erano riusciti a svelare, per cui la formazione della classe dirigente è quasi un mistero divino” (Guido Dorso “La rivoluzione meridionale”, 1925). Cento anni dopo, se non proprio un mistero, resta ancora un rebus.
Cosa si intende per “classe dirigente”?
È un insieme di molti soggetti: della finanza, dell’industria, delle professioni, dei corpi dello Stato e delle magistrature, della élite militare e persino delle gerarchie ecclesiastiche. I vertici delle grandi banche sono classe dirigente. Lo sono i baroni universitari, gli intellettuali che fanno opinione sulla stampa e in televisione, e coloro che le controllano. Esistono quindi classi dirigenti anche al di fuori della politica. Tuttavia, all’inizio del Novecento, Gaetano Mosca fu il primo a utilizzare l’espressione “classe politica” come sinonimo di classe dirigente (al singolare). Negli ultimi decenni, invece, quell’espressione neutra è stata rapidamente soppiantata da un’altra di segno fortemente negativo: “casta politica”. sinonimo di classe dirigente (al singolare). Come è potuto accadere? Perché i meccanismi della democrazia rappresentativa -anziché i migliori- selezionano, se non i peggiori, i mediocri? Su questo nodo esiste una letteratura sterminata, che attribuisce alle trasformazioni di sistema -maturate nel passaggio di secolo- le ragioni del degrado della rappresentanza politica nei regimi democratici.
È quanto un acuto indagatore della “cultura del narcisismo”, Christopher Lasch, ha sintetizzato nel saggio “La cultura del narcisismo” (Bompiani, 2001) con la formula “ribellione delle élite”, attribuendo alle minoranze governanti gli stessi vizi e le stesse debolezze che un altro interprete della crisi della modernità̀, Ortega y Gasset, aveva attribuito ai governati (“La ribellione delle masse”,1930). In un quadro istituzionale tendenzialmente delegittimato, di crisi della fiducia sociale, non sorprende quindi che nel nostro Paese sia riemersa una tentazione populista anche nelle forme -del tutto inedite- della “democrazia del web”.
Ma quali capacità deve avere una classe dirigente degna di questo nome?
Su questo punto è tornato recentemente Ernesto Galli della Loggia sulle colonne del Corriere della Sera. Con argomenti in larga misura condivisibili. Disinteresse personale e senso dello Stato a parte (si tratta del minimo sindacale), una classe dirigente è tale se sa assumersi delle responsabilità, se ha il coraggio di prendere decisioni con lo sguardo rivolto all’interesse generale. Sbarazzandosi, quindi, di “tutti i difetti […] del costume italiano [che] si riassumono nella istituzione del rinvio: ripensarci, non compromettersi, rimandare la scelta; tenere i piedi in due staffe, il doppio giuoco, il tempo rimedia a tutto, tira a campare” (Piero Calamandrei). Ma solo una vasta cultura generale -le competenze specialistiche sono ovviamente importanti, ma vengono dopo- dà quella ampiezza di orizzonti indispensabile per affrontare le sfide -culturali, tecnologiche, morali- della modernità.
Ora, la scadente qualità della nostra classe politica è una conseguenza diretta di un sistema scolastico che è progressivamente diventato asfittico, frammentato, autoreferenziale, antimeritocratico. La “povertà educativa” italiana dipende certo dallo scarso numero di iscritti all’università, ma anzitutto dall’impreparazione di gran parte degli studenti, spesso non in grado di scrivere quattro righe senza errori di ortografia e di punteggiatura da matita blu. Di fronte alle défaillance di un’istruzione pubblica rivolta prevalentemente all’insegnamento del “saper fare”, è passata l’idea che spetti alla borghesia produttiva (industriali e professionalità tecnico-scientifiche) il compito di formare una nuova classe dirigente. Con Galli della Loggia, c’è da dubitarne.
Nell’immediato dopoguerra le basi del “miracolo economico” non furono gettate da imprenditori e manager in senso stretto, ma da un gruppo di personalità dotate di una visione del bene comune: i Sinigaglia, i Saraceno, i Mattei, i Mattioli, gli Olivetti, e anche i Valletta. Figure che trovarono interlocutori attenti in alcuni grandi politici come Alcide De Gasperi e Ugo La Malfa. Figure e interlocutori di cui oggi l’Italia avrebbe forte bisogno per ricostruire quell’etica della responsabilità che è l’etica politica per eccellenza.
© Riproduzione riservata







