L’autonomia differenziata entra nella sua fase attuativa e riporta al centro una questione rimasta a lungo sospesa nel regionalismo italiano: come misurare e responsabilizzare la spesa pubblica territoriale. Il via libera del Consiglio dei ministri agli schemi di intesa preliminare con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto avvia formalmente il percorso previsto dalla legge 86 del 2024. Si tratta di un passaggio istituzionale che apre la fase dei pareri e delle successive approvazioni parlamentari. Ma il significato della riforma non si esaurisce nella sequenza procedurale.

Le materie oggetto delle pre-intese – tutela della salute con riferimento al coordinamento della finanza pubblica, protezione civile, professioni e previdenza complementare – incidono su ambiti nei quali il rapporto tra autonomia amministrativa e sostenibilità dei conti è particolarmente delicato. Non si tratta soltanto di attribuire nuove competenze alle Regioni, ma di ridefinire il quadro entro cui queste competenze saranno esercitate. Il punto di equilibrio è rappresentato dai Livelli essenziali delle prestazioni. I LEP costituiscono la soglia minima dei diritti da garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. In termini finanziari, la loro definizione implica la quantificazione dei costi standard dei servizi e il progressivo superamento della spesa storica come criterio di riferimento.

Qui si concentra la vera discontinuità. L’autonomia non si limita a trasferire funzioni, ma richiede di tradurre diritti costituzionali in parametri misurabili e finanziariamente sostenibili. Senza una definizione rigorosa dei LEP e delle relative coperture, il sistema rischierebbe di spostare responsabilità senza introdurre criteri oggettivi di valutazione. Con LEP solidi e pienamente finanziati, invece, l’autonomia può diventare un meccanismo di comparabilità tra amministrazioni e di maggiore trasparenza nell’uso delle risorse. Particolarmente rilevante è il coordinamento della finanza sanitaria. La sanità rappresenta la principale voce di spesa regionale e il terreno su cui si misura l’equilibrio tra flessibilità gestionale e vincoli macroeconomici nazionali. L’eventuale ampliamento dei margini decisionali dovrà restare compatibile con la tenuta del Fondo sanitario nazionale e con gli obiettivi complessivi di bilancio. In questo senso, l’autonomia differenziata non riduce il ruolo dei vincoli di finanza pubblica, ma ne ridefinisce l’applicazione, spostando l’attenzione dal controllo preventivo dei capitoli di spesa alla verifica dei risultati.

La riforma riporta così al centro una questione già emersa nella stagione del federalismo fiscale: la necessità di superare la logica dei trasferimenti basati sulla spesa consolidata e di ancorare l’allocazione delle risorse a fabbisogni standard e parametri verificabili. L’autonomia differenziata ripropone questo nodo in termini operativi, legandolo alla concreta attribuzione di competenze. Resta il tema dell’equilibrio tra differenziazione e coesione. L’introduzione di margini decisionali più ampi può favorire una maggiore aderenza delle politiche pubbliche alle esigenze territoriali. Al tempo stesso, la garanzia uniforme dei diritti impone che i meccanismi di perequazione e di finanziamento siano definiti in modo trasparente e coerente con gli obiettivi di stabilità finanziaria. Il percorso istituzionale ora delineato – pareri della Conferenza Unificata, atti di indirizzo parlamentari, definizione delle intese definitive e legge di approvazione – evidenzia la natura progressiva e negoziale della riforma. Ma il giudizio sulla sua tenuta non sarà politico, né simbolico. Si misurerà sulla solidità dei parametri finanziari che ne sosterranno l’attuazione, sulla capacità di trasformare i diritti in costi standard credibili e sulla compatibilità tra autonomia territoriale e disciplina di bilancio. È su questo terreno che l’autonomia differenziata diventa un banco di prova per l’intero modello di governance della spesa pubblica italiana.

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Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro al The Watcher Post.