C’è un costo della cattiva legislazione che non compare nei bilanci dello Stato, non viene stimato nelle relazioni tecniche e non fa notizia. È il costo dell’ambiguità normativa. Un costo silenzioso e purtroppo più diffuso di quanto ci si possa immaginare. Eppure incide sulla competitività del Paese molto più di molte voci di spesa che animano il dibattito pubblico.
In Italia si tende a considerare una norma scritta male come un problema secondario, quasi stilistico, da giuristi pignoli. In realtà è un problema economico a tutti gli effetti. Quando una legge è ambigua, imprecisa o tecnicamente fragile, genera incertezza. E l’incertezza è il nemico numero uno degli investimenti, della programmazione e della fiducia nel sistema.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Il legislatore approva una disposizione con formulazioni a dir poco vaghe, rinviando implicitamente alla fase applicativa la soluzione dei nodi critici. Le amministrazioni sono costrette a intervenire con chiarimenti, circolari e interpretazioni, mentre cittadini e imprese si muovono nel vuoto normativo. Nel frattempo le decisioni si bloccano, i costi aumentano, la fiducia si erode. Un esempio emblematico è quello del cosiddetto “bonus 80 euro” introdotto dal governo Renzi nel 2014. L’obiettivo era chiaro e politicamente forte: aumentare il reddito disponibile dei lavoratori dipendenti con stipendi medio-bassi. Ma la traduzione normativa di quell’obiettivo fu tutt’altro che lineare. Il beneficio non era un aumento strutturale dello stipendio, bensì un credito Irpef riconosciuto in busta paga sulla base di una stima del reddito annuo. Una scelta che scaricava sui datori di lavoro e sui consulenti del lavoro il compito di prevedere il reddito complessivo del dipendente, tenendo conto di variabili spesso ignote: premi, straordinari, cambi di mansione, cessazioni o nuovi rapporti di lavoro. Il risultato emerse con chiarezza a fine anno. Migliaia di lavoratori che avevano percepito regolarmente gli 80 euro mese per mese si ritrovarono a doverli restituire, in tutto o in parte, perché il reddito finale superava di poco la soglia prevista dalla norma.
La beffa fu doppia: da un lato la restituzione concentrata nelle buste paga di novembre e dicembre, dall’altro la percezione di un errore che, agli occhi dei cittadini, appariva inspiegabile e ingiusto. Dal punto di vista economico, quella norma produsse un effetto distorsivo evidente. Un incentivo pensato per sostenere i consumi generò incertezza, ridusse la prevedibilità del reddito e colpì proprio chi avrebbe dovuto beneficiarne.
Dal punto di vista amministrativo, moltiplicò il lavoro di ricalcolo, correzione e gestione delle anomalie. Dal punto di vista politico, alimentò sfiducia verso le istituzioni e verso l’idea stessa di redistribuzione.
Continuare a sottovalutare il fenomeno delle leggi scritte male significa accettare una tassa occulta sull’economia reale: quella prodotta dall’incertezza giuridica. Esiste però un modo per ridurre questo costo senza stravolgere il processo legislativo né rimettere in discussione le scelte politiche. È qui che potrebbe entrare in gioco, in modo decisivo, la funzione tecnica del lobbista: può contribuire ad evitare che le norme producano effetti indesiderati per tutti. Può segnalare in anticipo le ambiguità linguistiche, testare le disposizioni su casi reali, simulare gli impatti economici e amministrativi prima che una legge sia definitivamente approvata. Il lobbying, quando è tempestivo, riduce questa asimmetria e migliora la qualità delle regole.
Insomma il lobbista può essere un antidoto all’ambiguità normativa!
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