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Impara a stare da solo e disimpara ad avere bisogno degli altri. La grande bugia della sostituibilità

Giornalista Pubblicista, Avvocato. Esperta di parità di genere, sicurezza sociale e parità etnica-razziale
Impara a stare da solo e disimpara ad avere bisogno degli altri. La grande bugia della sostituibilità

C’è una bugia, una grandissima bugia che ci stanno raccontando alla quale stiamo generalmente un po’ tutti abboccando ed è il mito dell’autosufficienza.

Devi imparare a stare bene da solo”, “stai bene con te stesso”, “solo se stai bene da solo potrai stare bene con gli altri”. Tutti slogan meravigliosi partiti da un concetto sano, ovvero che ognuno deve compiersi nella propria individualità, che però vengono usati strumentalmente per convincerci che non abbiamo bisogno dell’altro. Bugia enorme.

L’uomo non è un animale solitario, cresce in comunione, si sviluppa con gli altri, il proprio riconoscimento passa dalle parole dell’altro: la madre, il padre, l’amante, gli amici. E’ con le parole della mamma che un figlio impara a conoscersi (U. Galimberti), è nell’abbraccio con l’altro che i nodi della vita si sciolgono (O. Vanoni), è attraverso il riconoscimento dell’altro che l’individuo acquisisce la propria identità (M. Recalcati).

Nessuno può provvedere a sé stesso. Il mito dell’autosufficienza è un’utopia new age dei tempi moderni che sottende l’ombra malvagia della sostituibilità. Se io non ho bisogno dell’altro, lo posso anche sostituire quando e come voglio in uno “scrolling” sociale dove uno vale uno senza più spessore, valore, unicità. Le stesse amicizie vengono assottigliate in un uso più consumistico a colmare i vuoti di tempo. Un compagno valutato attraverso “standard” per non parlare del desiderio sessuale somministrato, senza coinvolgimento emotivo per carità, all’occorrenza.

“Ho bisogno di te”, consegnarsi all’altro, in una società così fluida (S. Bauman), è ancora possibile e desiderabile? Forse ci hanno indotto a confondere l’autonomia con l’indipendenza. Forse nel mito del bastare a sé stessi abbiamo perso la normalità di darci e conoscere davvero l’altro oltrechè vederlo, chiedere aiuto, riconoscere che le relazioni stabili sono spinte reciproche e naturali. Forse ci hanno convinti che affidarsi sia una deriva pericolosa volta ad annullare la propria individualità. Qualcosa addirittura di cui vergognarsi.

Eppure qualcosa non torna: è nell’affidamento ai compagni di squadra che ci eleviamo. Nell’amore, cresciamo. Nelle amicizie ci completiamo. E noi stessi, che nel nostro “Io” abbiamo imparato ad apprezzarci, lo sappiamo che noi non valiamo “uno”, lo sappiamo che non siamo uguali agli altri, lo vogliamo sentire quel bisogno di chi ci cerca, ci vuole, ci desidera, ci perdona, ci conosce. Il nostro ego in fin dei conti si nutre degli stessi sguardi che questa enorme bugia sociale vorrebbe farci negare agli altri.

Il contrario della libertà individuale allora non è non avere bisogno degli altri ma è smettere di avere cura di sé per gli altri. Ma questa è tutta un’altra storia.

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