La notizia è questa: la nota Azienda di abbigliamento giovanile “Diesel”, il 15 gennaio scorso, ha annunciato di aver inserito fra le proprie misure di welfare il congelamento degli ovuli. Le proprie collaboratrici quindi, fra i 30 e 40 anni, potranno cioè ricorrere alla misura del social freezing totalmente gratuitamente perchè i costi (3- 5 mila euro) saranno interamente a carico dell’Azienda.
Una scelta, questa del social freezing (in Italia gratutita pubblicamente solo per le pazienti oncologiche), che segue un trend già avviato da altri privati e Enti pubblici (ad esempio la Regione Puglia) che hanno scelto di assecondare un altro trend oramai consolidatosi: lo spostamento in avanti dell’età delle neo mamme che, se sino a solo 15 anni fa, avevano in media il primo figlio a trent’anni, ora ne hanno quasi quaranta.
Con alti rischi di infertilità e gap fertility, ovvero di poter avere in totale un numero di figli inferiore rispetto a quelli desiderati.
Ma tant’è: dopo anni di corretti investimenti paritari femminili, le donne oggi pretendono di costruire la loro indipendenza soprattutto in una società sempre più precaria e individualista dove il proprio bagaglio (professionale ed economico) resta l’unico porto sicuro, anche a discapito dei propri desideri materni.
Il congelamento degli ovociti, con conseguente ricorso alla procreazione medicalmente assistita per poterne poi impiantare, permette di fatto di superare qui limiti d’età femminili naturalmente dedicati alla procreazione e procrastinare una gravidanza anche dopo i 45, 50, 55 anni. Dopo l’affermazione professionale dunque.
La scelta della “Diesel” (ri)apre dunque un interrogativo: è giusto assecondare i trend sociali con misure, come il social freezing, che ne assecondano o sarebbe più opportuno prevedere misure (come i bonus maggiorati di maternità under 30 anni come ad esempio nella Regione Friuli Venezia Giulia) che tentino di incentivare un’inversione di tendenza? In altri termini: il social freezing è una criticabile pubblica rassegnazione al mondo che cambia (e non necessariamente in meglio dato che le maternità in età molto adulta sono comunque più rischiose e faticose)?
Per provare a dipanare la matassa intanto bisognerebbe entrare chirurgicamente nel problema che invero non ruota intorno alla determinazione professionale femminile ma sul fatto che ancora oggi la maternità sia alternativa ai tempi di lavoro. Come è possibile che nonostante se ne sia affrontato già ai tempi della redazione della Costituzione Italiana, ancora le donne debbano affrontare questo bivio?
Vista da questa prospettiva, dunque, né il social freezing della Diesel né il bonus pubblico ne quietano. Sono entrambi dei palliativi che buttano dei bicchieri d’acqua sull’incendio della denatalità, genitorialità e assenza di un nuovo strutturato welfare, ma che ovviamente non spengono.
Se rassegnazione c’è stata, dunque, non è tanto al trend sociale femminile di procrastinare la maternità (che è anch’esso una mera conseguenza), ma all’assenza di un welfare adeguato, rinnovato e gratuito per tutte le mamme (e le conseguenti famiglie) che quindi poi sono costrette a sostituirsene.
Questo andrebbe additato e interrogato, non il welfare della Diesel.
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