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Sanità, scuola e diritti sociali: il vero divario che frena il Sud

Docente, Giornalista, Scrittore e Saggista
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Nel dibattito pubblico sul Mezzogiorno d’Italia si continua troppo spesso a confondere lo sviluppo con l’annuncio, la modernizzazione con l’effetto scenico, il futuro con la retorica delle grandi opere. È una narrazione che rassicura la politica, ma che non risponde ai bisogni reali dei cittadini del Sud, né affronta le cause strutturali del divario che separa ancora oggi ampie aree del Paese.
Il Sud non è un territorio immobile o privo di energie. Al contrario, è attraversato da competenze, professionalità, giovani formati, esperienze civiche e amministrative che chiedono soltanto di essere messe nelle condizioni di funzionare. Ciò che manca non è la visione, ma l’ordinaria infrastruttura dei diritti: sanità, scuola, servizi pubblici, amministrazioni efficienti. Senza queste basi, ogni discorso sullo sviluppo rischia di restare astratto.
Siamo alle soglie del 2026 e la questione sanitaria nel Mezzogiorno continua a rappresentare una delle più evidenti fratture del sistema Paese. Ospedali sottodimensionati, carenza cronica di personale medico e infermieristico, reparti chiusi o accorpati, liste d’attesa incompatibili con il diritto alla cura. La mobilità sanitaria verso le regioni del Nord non è una libera scelta, ma una costrizione che colpisce soprattutto le fasce più fragili della popolazione. Non si tratta solo di inefficienze amministrative: è un problema di uguaglianza sostanziale, sancita dalla Costituzione ma ancora lontana dalla realtà.
Lo stesso discorso vale per la scuola. In molte aree del Sud, gli edifici scolastici sono obsoleti, insicuri, inadatti a sostenere una didattica moderna e inclusiva. La dispersione scolastica resta un’emergenza strutturale, mentre l’assenza di investimenti continui e mirati indebolisce il ruolo della scuola come ascensore sociale. Parlare di merito senza garantire pari condizioni di partenza significa svuotare il concetto di ogni contenuto reale.
In questo contesto, l’insistenza su grandi opere simboliche viene presentata come la soluzione a problemi che, in realtà, richiedono politiche complesse, continuative e meno mediatiche. Un’infrastruttura, per quanto imponente, non può supplire alla mancanza di servizi essenziali né colmare il divario territoriale se non è inserita in una strategia complessiva di sviluppo umano, sociale ed economico.
Il rischio è quello di alimentare una narrazione semplificata: come se un’unica opera potesse risolvere decenni di disinvestimenti, ritardi amministrativi e disuguaglianze territoriali. Ma lo sviluppo non si misura in chilometri di cemento, bensì nella qualità della vita delle persone, nella capacità dello Stato di garantire diritti esigibili, nella fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Un approccio autenticamente riformista dovrebbe partire proprio da qui: dalla necessità di rafforzare lo Stato dove è più debole, di rendere efficiente la spesa pubblica, di investire in capitale umano prima ancora che in infrastrutture materiali. Non è una scelta ideologica, ma una scelta di razionalità politica ed economica.
Il Mezzogiorno non chiede privilegi né scorciatoie. Chiede normalità. Chiede che curarsi non sia un viaggio, che studiare non sia un rischio, che lavorare nella pubblica amministrazione significhi servire i cittadini e non combattere contro procedure inefficaci. Chiede che lo sviluppo non sia una promessa ciclica, ma una politica coerente e verificabile.
Se davvero si vuole ridurre il divario Nord-Sud, occorre avere il coraggio di spostare il baricentro del dibattito: meno annunci, più governance; meno simboli, più diritti; meno propaganda, più riforme strutturali. È su questo terreno che si misura la credibilità di una classe dirigente e la tenuta democratica di un Paese che non può permettersi di lasciare indietro metà di se stesso.

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