Il bilancio
Davos, il forum del disordine internazionale: Trump raccoglie i frutti del suo caos, l’Europa cerca una rotta da seguire
Dalla Groenlandia al Medio Oriente e all’Ucraina, il World Economic Forum certifica una frattura già aperta. Intanto l’Unione fatica a scegliere come stare nel nuovo equilibrio, in assenza di una proposta condivisa
Davos per decenni è stato il salotto dell’ordine globale: lo spazio in cui élite politiche ed economiche mettevano in scena l’idea che crescita, cooperazione e stabilità fossero compatibili. Oggi Davos esiste ancora, ma rappresenta altro. Non è più il luogo in cui l’ordine si ricompone, ma quello in cui si prende atto che quell’ordine non regge più.
Il World Economic Forum del 2026 non racconta una transizione, ma una frattura: non c’è un nuovo equilibrio che avanza mentre il vecchio arretra, c’è un mondo che ha smesso di credere alla storia che Davos continua a raccontare. E questa contestazione non arriva dalla periferia, ma dal centro del potere. È in questo quadro che va letto il ritorno di Donald Trump sulla scena del Forum. Non come provocazione, ma come espressione coerente di un sistema che ha rotto con l’idea stessa di ordine multilaterale. Come ha scritto Stefano Cingolani, per Trump non esistono alternative al mondo che odia: non perché non le veda, ma perché non gli servono. La sua politica non mira a costruire un nuovo ordine, ma a sfruttare il vuoto lasciato dal vecchio.
Il dossier Groenlandia rende questa frattura concreta. Non perché l’isola artica sia improvvisamente centrale, ma perché mostra come oggi si esercita il potere. Dopo settimane di dichiarazioni aggressive e minacce di dazi, Trump frena: l’uso della forza accantonato, stop alle tariffe che avrebbero dovuto scattare a breve. Non è una ritirata, ma una mossa tattica. La partita si sposta dal piano simbolico a quello negoziale: sicurezza, risorse, deterrenza. Rapporti diretti tra chi ha forza e chi deve adattarsi. La Groenlandia diventa così un precedente. Il multilateralismo non viene più contestato: viene aggirato. E infatti una soluzione sembra essere stata trovata. Non una cessione formale di sovranità, ma il riconoscimento a Washington di un controllo sostanziale su alcune porzioni strategiche del territorio, in nome della sicurezza artica. Un esito che consente a Trump di rivendicare il risultato e di ritirare la minaccia dei dazi, che avrebbe avuto effetti dirompenti sui mercati. L’annuncio dell’accordo ha riportato ossigeno al mercato azionario, segnalando con immediatezza dove si è chiusa davvero la partita: sul terreno degli interessi materiali, non delle regole.
Ma la Groenlandia è solo il primo capitolo. Come osserva Maurizio Molinari, Trump usa Davos per scandire una sequenza politica: archiviata la retromarcia artica, oggi tocca a Medio Oriente e Ucraina, domani all’Europa. Gli Stati Uniti aprono i tavoli, ma il peso politico e operativo viene progressivamente spostato sugli alleati. È in questo contesto che va letto anche il Board of Peace per il Medio Oriente voluto da Trump. Un organismo informale, esterno all’Onu, che raccoglie adesioni selettive e solleva perplessità fondate sul piano giuridico e politico. Le ragioni per non esserci, sottolinea Molinari, sono tutt’altro che pretestuose. Ma proprio per questo il Board diventa una cartina di tornasole. A sedervi sono soprattutto Paesi arabi e africani, insieme a una parte dell’Europa orientale; molti governi europei occidentali restano alla finestra. Anche Giorgia Meloni ha scelto per ora di non aderire, pur cercando una formula che consenta una presenza senza violare i vincoli costituzionali. Non è solo una scelta tecnica: è un indicatore di come si stanno ridisegnando, nei fatti, i cerchi degli alleati dell’America.
Il paradosso di Davos emerge con chiarezza nel discorso di Mark Carney. Acclamato e condiviso, il suo intervento prova a restituire una bussola a un sistema che l’ha persa. Carney non parla solo da leader politico, ma da ex banchiere centrale, abituato a maneggiare crisi e potere reale. Proprio per questo la sua voce pesa. Carney nomina la realtà: l’ordine internazionale basato sulle regole non funziona più come viene raccontato. La frattura non è una transizione, è già avvenuta. L’integrazione globale è diventata una vulnerabilità, usata come strumento di coercizione. Da qui l’esigenza di autonomia strategica su energia, risorse, sicurezza e tecnologia, senza scivolare in un mondo di fortezze. La sua proposta – potenze medie, coalizioni flessibili, cooperazione selettiva – è un tentativo razionale di rimettere ordine nel disordine.
Ma è qui che il paradosso si compie. Mentre Carney indica una rotta, è Trump che raccoglie. Non perché offra una visione, ma perché occupa lo spazio lasciato vuoto dalle visioni altrui. Non costruisce un ordine: agisce nel mondo così com’è. È nello sguardo americano, come lo restituisce Molinari, che il quadro si chiude. Questo passaggio sarebbe esploso comunque: con Trump in modo brutale, con altri in modo più morbido. La differenza è che oggi l’Europa lo osserva senza una proposta capace di incidere.
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