Paolo De Castro, già Commissario europeo all’Agricoltura, ordinario di Politica Agraria all’Università di Bologna e presidente di Nomisma, è tra i massimi esperti di politiche agroalimentari, commercio internazionale e regole che governano il mercato agricolo globale. «Una cosa – ci dice De Castro appena risponde al telefono – voglio premetterla subito: gli agricoltori europei e italiani in particolare, non sono matti».

Perché lo precisa?
«Ci sono delle solide ragioni per mettere in evidenza che esiste una asimmetria regolatoria tra l’Unione Europea e il resto del mondo, in particolare con l’America Latina. Questa asimmetria è legata a una quantità di norme che hanno alzato gli standard di qualità in Europa. Si pensi al benessere animale, al contrasto ai principi chimici attivi, alla riduzione dei fitofarmaci e al divieto dell’uso di ormoni, solo per citarne qualcuna. Noi continuiamo ad alzare gli standard mentre il resto del mondo se ne tiene a distanza. Gareggiare va benissimo, se le regole sono le stesse per tutti».

La Commissione risponde che tutte le merci che entrano in Europa sono obbligate a rispettare i nostri standard…
«Ma i controlli di quanto entra dall’America Latina sono al di sotto del 2%. Come si fa a fare controlli puntuali, per dirne uno, al porto di Rotterdam dove entrano milioni di container?»

Comunque va ratificato, questo accordo?
«Sì. Tenendo presenti i nostri parametri, la qualità agroalimentare, la sicurezza dei prodotti, la sostenibilità della filiera e i diritti dei lavoratori. Il mercato dell’America Latina è importantissimo e che il trattato con il Mercosur è l’accordo commerciale più rilevante tra quelli negoziati dall’Europa. Ed è ancora più rilevante per rispondere ai dazi di Trump: crea una circolazione commerciale mai vista prima in un mercato di 350 milioni di consumatori che, sommati a quelli europei, formano un’area di libero scambio dal peso geopolitico enorme».

I nostri agricoltori hanno fama, come quelli francesi, di essere sempre molto protezionisti…
«Guardi, non è vero. Siamo grandi esportatori e grandi importatori. Ma con un approccio molto sensibile a tematiche che in alcune aree del mondo non esistono».

Nella ratifica dell’accordo, la sostenibilità e il green deal sono conditio sine qua non, irrinunciabili…
«Sì, alcuni passaggi ci sono, non lo nego. Si sono fatti passi avanti nel corso del negoziato, abbiamo fatto valere le clausole di salvaguardia. Preso impegni importanti per aumentare i controlli. Però abbiamo dovuto fare anche passi indietro».

Su cosa, per esempio?
«Sulla deforestazione. L’Ue chiedeva a Brasile e Argentina di impegnarsi in tal senso, nel contrasto alla deforestazione, ma si sono scontrati con un muro. Il mondo si è globalizzato, le regole che noi europei ci siamo dati sono ambiziose. Dobbiamo allargare le aree di libero scambio provando però nello stesso tempo a estendere anche l’applicazione degli standard europei. Lo stesso problema lo avevamo avuto con gli Stati Uniti che si rifiutavano di mettere al bando gli ormoni sulla carne. Tanto che abbiamo dovuto approvare una norma speciale, la quota Hilton, per ammettere sul mercato europeo una piccola percentuale di carne americana agli ormoni».

Dopo il calcio in tribuna assestato da Francia, Irlanda, destra e sinistra del Parlamento Europeo, che hanno bloccato la ratifica del trattato subordinandola a una pronuncia della Corte di Giustizia, quali scenari si aprono?
«Sostanzialmente due. Il primo, in discussione già oggi, prevede l’entrata in vigore degli accordi con una deroga in via temporanea, che però sarebbe uno schiaffo troppo violento all’Europarlamento. Il secondo scenario – più probabile – guarda all’attesa per l’adozione da parte dei parlamenti nazionali sudamericani: ci metteranno alcuni mesi, forse arrivando all’estate. Bisogna agire per accorciare i due anni di attesa che richiederebbe l’iter della Corte europea di giustizia».

Senza sorprese, quest’ultimo?
«Si sta lavorando in queste ore per capire se la Corte di giustizia può usare un percorso più rapido, concedere una deroga provvisoria in attesa della decisione finale. Che è scontata, non ci sono dubbi. Perché la Corte deve dire se questa ratifica sia compatibile con i Trattati. Punto già evaso da un via libera preliminare».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.