Vi sono momenti in cui la storia si condensa in una frase, in un gesto, in un’immagine che illumina retrospettivamente ciò che era già visibile ma che ci ostinavamo a non vedere. Il discorso di Donald Trump al World Economic Forum di Davos appartiene a questa categoria: non tanto per i contenuti — dazi, Groenlandia, minacce agli alleati — quanto per la forma che quei contenuti hanno assunto. Una forma che possiamo definire, senza timore di esagerare, teologico-politica. «Potete dire sì e saremo molto riconoscenti. Oppure potete dire no, e ce ne ricorderemo». In questa frase, rivolta ai leader della NATO a proposito della Groenlandia, è racchiusa un’intera concezione del potere. Non vi è argomentazione, non vi è negoziato, non vi è nemmeno la finzione di un interesse condiviso: vi è soltanto il giudizio sovrano che dispensa premi e punizioni, che registra fedeltà e tradimenti, che pretende riconoscimento senza offrire ragioni. È la grammatica del Dio veterotestamentario trapiantata nella geopolitica contemporanea: io sono colui che sono, e voi siete coloro che obbediscono o che vengono ricordati — nel senso minaccioso che questa parola assume nel lessico del potere.

Davos, Trump ha liquidato la Groenlandia come “un pezzo di ghiaccio nel mezzo dell’oceano” che gli spetta di diritto

Trump ha proclamato l’avvento della «Golden Age of America» con la naturalezza di chi annuncia un fatto meteorologico. Ha sentenziato che «quando l’America prospera, il mondo intero prospera» e che le altre nazioni «ci seguono quando saliamo e ci seguono quando scendiamo». Ha liquidato la Groenlandia come «un pezzo di ghiaccio nel mezzo dell’oceano» che gli spetta di diritto, domandandosi retoricamente chi mai vorrebbe difendere «un accordo di licenza». Ha evocato la possibilità di una forza «inarrestabile» per poi magnanimamente escluderla — il gesto del sovrano che mostra la spada prima di riporla nel fodero, affinché tutti sappiano che esiste. Sarebbe tuttavia un errore — intellettualmente pigro e politicamente sterile — ridurre tutto questo alla psicologia di un individuo, per quanto quell’individuo sia oggi l’uomo più potente del pianeta. Trump non è un’anomalia: è un sintomo. È il figlio, cresciuto fuori controllo, di una condizione che abbiamo contribuito a creare e che ora ci sovrasta.

Trump, la condizione che abbiamo contribuito a creare e che ora ci sovrasta

Vi è infatti una perversa fascinazione che il decisionismo esercita sulle opinioni pubbliche occidentali, e che merita di essere indagata. Occorre interrogarsi sul perché l’ammirazione per il gesto perentorio, per la brutalità efficace, per il disprezzo degli scrupoli abbia conquistato spazi crescenti nella coscienza collettiva. La risposta va cercata in una crisi che precede Trump e che Trump semplicemente incarna con coerenza che: la crisi della ragione deliberativa, del compromesso come virtù, del limite come fondamento della civiltà. L’Occidente liberale ha edificato nei secoli un sistema fondato su un presupposto tanto nobile quanto fragile: che il potere debba giustificarsi, che l’autorità derivi dal consenso e non dalla forza, che esistano vincoli procedurali capaci di addomesticare la volontà di dominio inscritta nella natura umana. Questo edificio ha retto finché ha saputo produrre risultati tangibili — sicurezza, prosperità, orizzonte di progresso. Ma quando le sue promesse hanno iniziato a suonare vuote, quando la complessità delle procedure si è trasformata in alibi per l’inerzia, quando il rispetto delle forme ha preso il posto della capacità di decidere, allora si è aperto lo spazio per chi quelle forme le irride, quei vincoli li calpesta, quella ragione la disprezza.

Trump e l’America che non negozia ma dispone

Trump a Davos non stava parlando solo agli imprenditori e ai capi di Stato raccolti nella Congress Hall. Stava parlando a tutti coloro che, nel mondo, guardano all’esercizio del potere con un misto di nostalgia e invidia — nostalgia per un’epoca in cui le cose si facevano senza perdersi in deliberazioni infinite, invidia per chi può ancora permettersi di agire senza chiedere permesso. Il messaggio era cristallino: l’America non negozia, dispone; non argomenta, intima; non persuade, impone. E se questo vi sembra arrogante, considerate l’alternativa: l’impotenza travestita da prudenza, l’inerzia mascherata da saggezza, il declino amministrato con buone maniere.

Trump? Il problema è che funziona

Trump non finge di rispettare regole che intende violare; le dichiara obsolete. Non si giustifica; pretende riconoscimento. In questo, paradossalmente, è più onesto di molti suoi predecessori. Il problema, tuttavia, non è Trump. Il problema è che Trump funziona. Funziona elettoralmente, funziona mediaticamente, funziona come modello che altri — in Europa e altrove — studiano e imitano. Funziona perché risponde a una domanda reale, ancorché la risposta che offre sia catastrofica. La domanda è quella di un’umanità stanca di complessità, affamata di semplificazioni, desiderosa di delegare a qualcuno il fardello della decisione. Erich Fromm la chiamava «fuga dalla libertà»: la tentazione, sempre risorgente, di consegnare la propria autonomia nelle mani di chi promette certezze in cambio di obbedienza.

Trump, il Dio di Davos che è salito dal fondo

A Davos, tra le montagne svizzere, nella sede di un forum che per decenni ha incarnato il sogno di una governance globale illuminata, il Presidente degli Stati Uniti ha parlato il linguaggio del dominio nudo. Alcuni, in quella sala, avranno provato disagio. Altri, più di quanti oseremmo ammettere, avranno provato invidia. È questo il dato che dovrebbe inquietarci più di ogni minaccia sui dazi o sulla Groenlandia. Non ciò che Trump fa, ma ciò che Trump rivela: la fragilità delle nostre costruzioni, la porosità dei nostri argini, Il dio di Davos non è sceso dal cielo: è salito dal fondo di noi stessi.