Idee
Europa, più che parlare di neutralità tecnologica si guardi alla pluralità strategica
La neutralità tecnologica nella transizione energetica non basta più. Dobbiamo andare oltre. Certo è stata utile, utilissima, nello scardinare un’impostazione ideologica che vedeva in un’unica soluzione – l’elettrico – la bacchetta magica per decarbonizzare tutti i consumi. Quando si è posto però il tema della competitività, da tutelare parimenti affinché la transizione fosse giusta, la forza del voto in molte parti di Occidente ha costretto la politica europea a cambiare rotta, con la pericolosa ed erronea convinzione che le rinnovabili fossero di sinistra e il gas fosse di destra. Perché mentre le nostre sanzioni strozzavano l’iniziativa privata, pur producendo solo il 7% delle emissioni globali, nel resto del Mondo ponevano in cima il profitto, e sia ad Est che ad Ovest continuavano a immettere, in grandi quantità, gas climalteranti.
Il mondo è cambiato
Von der Leyen lo ha dichiarato a Davos: serve un cambiamento strutturale, perché il mondo è cambiato in modo permanente, e l’Europa dovrà cambiare con esso. La neutralità tecnologica allora, riconosciuta in maniera bipartisan, non è già più sufficiente, perché si accompagna ad un’idea del laissez faire che pure danneggia il nostro sviluppo, se al contrario gli altri player – Cina e USA su tutti – realizzano strategie precise, coerenti e a medio/lungo termine, grazie a fattori di vantaggio ormai strutturali. Non è possibile infatti lasciare libertà “anarchica” allo sviluppo della transizione energetica, perché il disordine non è mai la base solida della crescita. Bisogna recuperare invece un ruolo proattivo di indirizzo, di scelta, che solo la politica può svolgere. È un’attività che richiede coraggio, ma soprattutto la coesione dei 27, che trova una prima risposta nell’ipotesi dei contro-dazi agli Stati Uniti, ed è l’unica alternativa che l’Europa può avere se non vuole essere schiacciata dalle dipendenze. Su questo anche l’Affordable Energy Action Plan, che punta a integrare meglio i mercati, accelerare la transizione energetica e contenere la volatilità dei prezzi, è una buona piattaforma di partenza.
La pluralità strategica
Serve allora che la politica costruisca una terza via tra l’anarchia di un mercato libero che non ha garantito la pace e – a giusta ragione – persegue i propri interessi realizzando però dannosi squilibri in un mondo deglobalizzato, e l’intervento eccessivo dello Stato che, dall’altro lato, è il pericolo speculare da evitare. Perciò più che parlare di neutralità tecnologica, sarebbe il caso di introdurre un nuovo concetto, quello di pluralità strategica. Valutare cioè tutte le fonti disponibili come utili alla causa della decarbonizzazione che, per essere anche competitiva, deve concepire una scala di priorità che tutelano l’Europa, la sua sicurezza e i suoi asset industriali. Serve lavorare sull’indipendenza che, come ricorda la Presidente della Commissione europea, non coincide con la chiusura ma, al contrario, passa da una proiezione esterna che è più ampia e selettiva.
La coopetizione
Come? C’è una parola che puó venirci in aiuto, usata per la prima volta nel 1913, che esprime bene questo concetto: è coopetizione. La possibilità cioè che alcune attività siano svolte in modo congiunto, senza escludere che su altre si possa invece essere in competizione. Per forza di cose – oggi – bisogna collaborare sulle filiere tecnologiche dove abbiamo troppo ritardo e zero possibilità di recupero in tempi brevi, dall’altro lato peró non si deve smettere di investire in ricerca e innovazione, allargando la platea di partner commerciali, e diversificando le catene del valore come alcuni Paesi – tra cui l’Italia – stanno facendo con azioni diplomatiche autonome. Ma tutto ciò puó realizzarsi efficacemente solo in una scala veramente europea, di mercato unico, con 27 sistemi normativi omogenei. Per l’Europa infatti, che non ha le risorse degli Stati Uniti, e non ha le capacità della Cina, è questa l’unica vera mossa per diventare grande, dismettere il ruolo di spettatore, e sedere – finalmente – al tavolo delle decisioni con una dignità adeguata.
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