A Pristina la piazza si mobilita, all’Aia i giudici si ritirano. Il processo davanti alle Kosovo Specialist Chambers contro quattro ex dirigenti dell’UÇK – tra cui l’ex presidente Hashim Thaçi – entra nella fase decisiva. Le accuse sono gravi, le pene richieste pesanti, la posta in gioco altissima. Ma ridurre tutto a un confronto tra accusa e difesa sarebbe un errore. In uno Stato giovane come il Kosovo, nato da una guerra e riconosciuto da gran parte dell’Occidente, la giustizia penale internazionale tocca corde identitarie profonde. La guerra del 1998-1999 è ancora memoria viva, fondamento simbolico dell’indipendenza.

E ogni giudizio su quella stagione rischia di essere letto come giudizio sulla legittimità stessa dello Stato. È qui che si misura la maturità democratica: nella capacità di distinguere tra responsabilità individuale e storia collettiva. Le manifestazioni a sostegno degli imputati, in coincidenza con l’anniversario dell’indipendenza, mostrano una società attraversata da tensioni. La narrazione di una giustizia “politicizzata” circola con forza. È comprensibile che una comunità nazionale difenda il proprio racconto fondativo. Meno comprensibile sarebbe trasformare il dissenso in delegittimazione permanente delle istituzioni. Per uno Stato che ambisce a un pieno ancoraggio europeo, il punto è semplice: lo Stato di diritto non è negoziabile. La credibilità internazionale del Kosovo dipende dalla sua capacità di accettare le regole del gioco, anche quando producono esiti scomodi. Il governo guidato da Albin Kurti si trova dunque davanti a un equilibrio delicato: garantire libertà di espressione e ordine pubblico, senza alimentare una competizione identitaria che rischierebbe di polarizzare ulteriormente il Paese.

La sentenza non avrà effetti solo interni. Il dialogo tra Belgrado e Pristina, facilitato dall’Unione europea, resta fragile. Ogni elemento simbolico può essere utilizzato come leva negoziale o come argomento retorico. Qui l’Ue deve essere chiara: la giustizia penale non è una moneta di scambio. Confondere accountability individuale e trattativa politica significherebbe compromettere entrambi i piani. L’Europa ha interesse a mantenere distinti i livelli: da un lato il lavoro dei giudici, dall’altro il percorso di normalizzazione. Un approccio liberale impone di evitare scorciatoie. La stabilità non si costruisce sacrificando il diritto, ma rafforzandolo. La finestra temporale che precede il verdetto è breve ma cruciale. In contesti fragili, non conta solo la decisione finale, ma la gestione delle ore e dei giorni immediatamente successivi. La qualità della comunicazione istituzionale sarà determinante.

Tre elementi appaiono centrali. Primo: ribadire la distinzione tra giudizio penale e narrazione storica. Secondo: prevenire incidenti simbolici che possano essere amplificati mediaticamente. Terzo: evitare che le forze politiche competano sul terreno del massimalismo identitario. La vera sfida è trasformare un momento potenzialmente divisivo in un passaggio di consolidamento istituzionale. Il Kosovo non è solo un dossier balcanico: è un test per l’Europa. Se l’Unione vuole restare un attore credibile nella regione, deve sostenere con coerenza l’autonomia della giustizia e accompagnare politicamente il processo di stabilizzazione. La maturità di uno Stato si misura quando accetta che anche i propri eroi possano essere sottoposti a giudizio. E la maturità di un’Unione si misura quando difende lo Stato di diritto senza doppi standard. Nei prossimi 90 giorni non si deciderà soltanto il destino giudiziario di quattro imputati. Si misurerà la capacità del Kosovo di consolidarsi come democrazia europea, capace di tenere insieme memoria, responsabilità e futuro.