Non è più soltanto una questione di salute pubblica. Nel nuovo scenario globale, l’industria farmaceutica è diventata un terreno di competizione strategica tra grandi aree del mondo, al pari dell’energia o dei semiconduttori. Tra politiche industriali aggressive, attrazione dei capitali e corsa all’innovazione, l’Europa rischia di restare indietro. L’Italia, però, può giocare una partita diversa. Ne parliamo con Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.

Quanto pesa oggi il contesto internazionale e quanto, invece, incidono le scelte interne europee nella perdita di competitività del settore farmaceutico?
«Sono due fronti distinti ma sempre più interconnessi. L’Europa era già in una condizione di debolezza prima delle recenti svolte americane: negli ultimi venticinque anni ha perso circa il 25 per cento della propria competitività negli investimenti in ricerca e sviluppo farmaceutica. Questo è dipeso anche da un approccio poco favorevole all’impresa e da una legislazione sulla proprietà intellettuale che non ha tutelato adeguatamente l’innovazione. A questo quadro si è poi aggiunta una strategia statunitense molto chiara: rendersi progressivamente più autonomi nella ricerca e nella produzione di farmaci, riducendo la dipendenza dall’estero».

Quindi la competizione non è più tra singoli Paesi, ma tra grandi ecosistemi?
«Esattamente. Oggi vediamo crescere la competitività degli Stati Uniti da una parte e, dall’altra, quella di Cina e India. Innovazione, produzione di principi attivi, sviluppo tecnologico: questi blocchi stanno avanzando rapidamente. L’Europa, invece, rischia di restare ferma. E non può permetterselo».

Nel dibattito pubblico si parla spesso di autonomia strategica e reshoring. Ma il vero terreno di competizione è ancora la produzione?
«La produzione resta importante, ma non è più il cuore della sfida. Il punto centrale è l’innovazione. Oggi l’industria farmaceutica si muove su due grandi direttrici: i farmaci di sintesi chimico-fisica e quelli biologici e biotecnologici. Su scala globale, i nuovi progetti di ricerca sono ormai equamente distribuiti tra queste due aree, con l’emergere di terapie avanzate come la gene therapy, l’immunologia, le terapie cellulari. Più si investe in ricerca, più aumentano le possibilità di scoperte che migliorano concretamente la vita dei pazienti».

Questo cambia anche il modo di guardare alla mobilità dei ricercatori. Ha ancora senso parlare di “fuga dei cervelli”?
«La ricerca oggi è per definizione globale. I grandi poli di attrazione sono continentali, perché lì esistono infrastrutture, capitali e masse critiche di competenze. L’Europa non può competere sulla quantità, ma deve farlo sulla qualità. Questo significa creare condizioni favorevoli: regole chiare, collaborazione efficace tra pubblico e privato, trasferimento tecnologico rapido, attrazione di capitali. Il problema non è che i ricercatori si muovano, ma che l’Europa rischi di non essere scelta come nodo centrale delle reti globali della ricerca».

Il tema dei prezzi dei farmaci resta centrale nel dibattito europeo. Quali sono i rischi di una politica concentrata solo sul contenimento dei costi?
«È un rischio molto concreto. La pressione sui prezzi ha già ridotto negli anni l’attrattività dell’Europa. Oggi, con l’aumento dei costi industriali, produrre alcuni farmaci essenziali in Europa è diventato difficilissimo, con il rischio di carenze. Ma soprattutto, una politica che non valorizza adeguatamente l’innovazione allontana gli investimenti in ricerca. L’innovazione ha costi elevati e un alto rischio di fallimento: se vogliamo beneficiarne, dobbiamo sostenerla».

Che ruolo può giocare il Servizio sanitario nazionale in questa sfida?
«Il sistema sanitario non è solo un costo, è un asset strategico. La vera spesa sanitaria non sono i farmaci, ma i costi di funzionamento del sistema. Investire in tecnologia, dati e valutazione del valore delle terapie significa aumentare l’efficienza complessiva. Strumenti come l’Health Technology Assessment consentono di misurare l’impatto reale degli investimenti: ogni euro speso in ricerca clinica genera ritorni significativi per il sistema».

Se dovesse indicare una priorità concreta per non restare ai margini della nuova geografia globale della ricerca farmaceutica, quale sarebbe?
«Superare il meccanismo del payback e riportarlo a livelli sostenibili, definendo un percorso chiaro per uscirne. E poi accelerare l’accesso ai nuovi farmaci: oggi servono ancora molti mesi tra l’approvazione europea e la disponibilità per i pazienti italiani. Un sistema di accesso più rapido rafforzerebbe i diritti di salute e renderebbe l’Italia più attrattiva per gli investimenti».

L’Italia può giocare un ruolo guida in Europa?
«Sì, perché ha una filiera industriale completa e competenze consolidate. L’industria farmaceutica è oggi uno dei settori trainanti dell’economia italiana, della produzione e dell’export. Ma non possiamo adagiarci: la competizione è globale e velocissima. Servono riforme, visione e una strategia condivisa. La salute è il miglior investimento economico che un Paese possa fare».

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Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro al The Watcher Post.