Mark Carney ha almeno il merito della chiarezza. Il mondo multilaterale non è “in crisi”: è rotto. E non tornerà. Detto da un leader del G7 fa più effetto che leggerlo nei report degli analisti, anche se non aggiunge nulla di realmente nuovo. La vera differenza è che, mentre Carney prende atto della realtà, il dibattito europeo continua a essere dominato dalla negazione.

Dove Carney sbaglia è sulla terapia. L’idea che Canada, Unione europea e una manciata di “like-minded countries” possano fare fronte comune e diventare economicamente autosufficienti è una fantasia. Nessuno di noi è davvero autonomo dagli Stati Uniti. Il Canada meno di tutti. L’Europa non è messa meglio: oggi dipende da Washington per l’energia, e sta aumentando la dipendenza anche sulla Difesa, perché non ha capacità industriali e tecnologiche proprie sufficienti.

C’è poi il nodo decisivo della tecnologia. L’Ue ha scelto di regolarsi fuori dal XXI secolo. Nel tentativo di “governare” le tecnologie emergenti, ha finito per auto-escludersi da quelle più promettenti, rafforzando la dipendenza dagli Stati Uniti su digitale e Intelligenza Artificiale. In Europa l’AI è ancora trattata come fantascienza o come un problema etico astratto. Negli Stati Uniti, invece, sta già colpendo in profondità il lavoro impiegatizio: banche e grandi aziende stanno riducendo organici, automatizzando funzioni, aumentando la produttività. È verosimile che l’America ottenga l’ennesimo salto di produttività. L’Europa no. E questo sta accadendo sotto Trump.

Intanto, i giornali europei continuano a ripetere il mantra del “bisogna opporsi a Trump”. È la banalità del nostro tempo. Nessuno spiega come. Né Carney. Opporsi non significa scegliere con chi stare, ma decidere cosa fare. E la risposta è scomoda: spostare risorse dal welfare agli investimenti, dalla redistribuzione alla creazione di nuove industrie e nuove tecnologie. Senza questo, qualsiasi alleanza alternativa agli Stati Uniti non sarà un’alternativa. Sarà solo un’alleanza di perdenti.