«Uno spettro si aggira per l’Europa». E stavolta è quello del generale Roberto Vannacci. Un destino singolare: doveva essere il medicinale salvavita per un paziente alle corde e, in un anno, si è trasformato nella malattia. Un virus, potenzialmente letale, per Matteo Salvini, e capace di nuocere in prospettiva anche a Giorgia Meloni, che acquisirebbe un “nemico” alla sua destra.

Dopo l’insubordinazione dei due deputati leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, che la settimana scorsa hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sull’Ucraina, le voci si sono fatte ancora più insistenti. Radio Transatlantico ha sciolto ogni incertezza: il Team Vannacci diventa partito, i margini di dubbio sull’operazione progressivamente si dissolvono. L’obiettivo del suo pittoresco creatore? Portare a termine la spallata alla Lega, cominciata praticamente il giorno dopo la sua candidatura al Parlamento Europeo. Ma non basta. Il generale pensa in grande e si immagina interlocutore stabile della destra istituzionale, incarnandone l’anima più radicale e filorussa. Quella in grado di controllarla e di spaventarla con il freno a mano. A Bruxelles si intensifica la prima battaglia perfetta per creare scompiglio nella maggioranza: quella contro il Mercosur. «A Strasburgo voteremo contro questo accordo che tradisce gli agricoltori italiani», spiega Vannacci nelle vesti di eurodeputato dei Patrioti. Da Montecitorio gli risponde con un like il partner Edoardo Ziello, che lucida il mirino: «Grande Generale! Tajani ha plaudito alla firma di questo trattato che infliggerà un colpo pesantissimo». Il deputato raddoppia: «Mi esprimerò per il no sul dl Ucraina, così come ho già fatto sulla risoluzione del centrodestra».

Sequenza ad orologeria: prima affondare Matteo Salvini e Antonio Tajani, poi affiancare Giorgia Meloni. Megalomania o comunque tigre di carta? La prima prova sul campo, le elezioni regionali in Toscana, affidate dalla Lega al vicesegretario federale, si sono risolte in un disastro. Una vera e propria Waterloo. Intanto a Roma, il vicepresidente del Consiglio continua a giocare la sua partita a scacchi con Palazzo Chigi. Tema: il pacchetto sicurezza. Lo schema è il solito: Matteo Salvini alza sempre la posta, a brigante, brigante e mezzo. Dopo l’omicidio all’istituto professionale di La Spezia Domenico Chiodo, vorrebbe anticipare la stretta sui coltelli in un decreto legge. Il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, frena: meglio un disegno di legge, per non incappare nei rilievi di Sergio Mattarella. Il leader della Lega procede a muso duro: «Sono norme di buon senso, condivise dalle associazioni e dalle famiglie. Su cosa ci sarebbero perplessità?».

Morale: dopo il vertice con la premier, la questione viene aggiornata alla prossima settimana. Tempo necessario alla Lega per fare pressione: «Servono misure specifiche per i giovani stranieri che commettono reati, dalla riduzione dei benefici dell’accoglienza fino a rimpatri più rapidi per i minori non accompagnati». Tre le proposte: ulteriore stretta ai ricongiungimenti familiari, uscita dal circuito dell’accoglienza per chi commette reati e possibilità di rimpatrio per i minori stranieri non accompagnati. Impegnato a visitare un cantiere a Tor Bella Monica, il “capitano” dei bei tempi trova il tempo di commentare la Casa Bianca: «Se sono preoccupato per i nuovi dazi di Trump? Ho letto che vuole mettere i dazi sui vini francesi. Meglio per i vini italiani, cosa ti devo dire?».
L’ultimo brindisi con lo “spettro”, sul filo del precipizio.