Giustizia
Il duello Coppi-Pecorella, il garantismo revisionato
La partecipazione e l’interesse della campagna referendaria sta infiammando non solo gli ambienti politici, ma anche quelli social. I toni si stanno alzando. Ed il tempo corre velocemente verso le date nelle quali ci recheremo alle urne. Mancano trentatre giorni. Saremo chiamati ad esprimerci sulla separazione delle carriere: oggi i magistrati entrano in servizio tramite un unico concorso e possono transitare, con limiti severi, dal ruolo di pubblico ministero (funzione requirente) a quello di giudice (funzione giudicante) e viceversa. Con la riforma, e quindi se vince il Sì, le carriere diventerebbero due: o scegliere di fare il PM o il giudice.
Si prospettano due CSM invece di uno. Attualmente esiste un solo Consiglio Superiore della Magistratura che governa tutti i magistrati. La riforma ne creerebbe due distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi sarebbero comunque presieduti dal Presidente della Repubblica. Due mondi distinti. Due modalità di pensiero diverso. Di poi il sorteggio dei membri che rappresenta poi la parte più controversa. Per evitare lo strapotere del correntismo, i membri dei due CSM non verrebbero più eletti dai magistrati stessi, ma estratti a sorte. Ed infine l’Alta Corte Disciplinare, che andrebbe a rappresentare un nuovo tribunale speciale incaricato di giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati, togliendo questa competenza al CSM.
Tanti cambiamenti, nuovi organi e forse troppo poco tempo per riuscire a far capire bene a chi avrà il potere di poter capovolgere il sistema della magistratura. I posizionamenti, le opinioni e le diverse vedute inerenti il caso spopolano su ogni mezzo di informazione: analogico e digitale. Ne abbiamo sentite di ogni colore e verso politico, forse anche con qualche commento che è andato oltre il consentito, a spregio del massimo rispetto che le istituzioni meritano.
Ma ci si imbatte anche in posizioni che nel tempo sono mutate, anche da parte dello stesso soggetto politico. Che magicamente ha cambiato idea. Del resto poi chi non cambia mai idea e pensa che nel corso della vita tutto sia panta rei? Ma di una cosa si resta sbigottiti.
Ci riferiamo alle posizioni contrastanti di due nomi autorevoli del mondo dell’avvocatura: l’Avv. Gaetano Pecorella e l’avv. Franco Coppi. Nomi di indiscusso valore professionale e legati entrambi alla difesa del Cav. Berlusconi durante le sue varie lunghe e frastagliate vicissitudini giudiziarie. Non stupisce che l’avvocato Pecorella sia dichiaratamente schierato per il Sì alla riforma, nel solco della sua formazione garantista: d’altronde, da legale di Silvio Berlusconi, la riforma della giustizia e la separazione delle carriere sono sempre state il primo vessillo della sua battaglia politica.
Ma ciò che stupisce, invece, è la fermezza con la quale l’avvocato Coppi si sia schierato con il fronte del NO, adducendo motivazioni, che avrebbero gelato i polsi non solo del Cavaliere, se fosse vivo, ma di qualunque garantista. Afferma: “La separazione delle carriere non cambia nulla. Mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al PM. Ancora aspetto una dimostrazione concreta dei vantaggi che deriverebbero dalla separazione. Vorrei sentire un elenco chiaro: uno, due, tre, quattro, come conseguenze dirette. Io ho ormai una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione al PM a tutti i costi a prescindere. E non credo che la separazione cambierà le cose. Il provvedimento del governo, nasce dall’idea che tutti i magistrati siano intellettualmente disonesti e i giudicanti destinati ad appiattirsi sul pubblico ministero. Questo sulla base della mia esperienza non è”.
Suona strano che proprio Coppi, già difensore anche di Berlusconi, si sbilanci fino a questo punto. E quindi questo la dice lunga su come Coppi smonti l’impianto della riforma con un ragionamento pragmatico: ciò che garantisce una sentenza giusta non è l’assetto organizzativo, ma l’onestà intellettuale del singolo magistrato. Dunque un giudice non diventerà migliore solo perché separato dal pubblico ministero, ma se, corretto e giusto, continuerà a valutare con equilibrio le tesi dell’accusa e della difesa. È una valutazione della persona e della sua professionalità, non certo del ruolo istituzionale. In ogni caso l’ultimo sondaggio rileva che il 53% degli italiani voterebbe Sì alla conferma della legge sulla separazione delle carriere dei magistrati, mentre il 47% voterebbe No. I giochi sono ancora del tutto aperti. Qualunque cosa decideranno le urne, sarà importante aver trattato il tema della riforma della giustizia tra le priorità della politica.
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