La tassa
Il governo raddoppia la Tobin Tax: chi può ottimizzare sposta, chi non può paga. Il segnale di incoerenza
Da mesi il governo ripete che la crescita passa anche dalla Borsa, dalla capacità di attirare capitale di rischio e di rendere più conveniente quotarsi e restare quotati. La cornice è quella del rapporto “Capital Market Review Italy 2020” dell’OCSE, cui ha fatto seguito nel 2022 il Libro Verde del Ministero dell’Economia e delle Finanze su “La competitività dei mercati finanziari italiani a supporto della crescita“; nel 2024, la “Legge Capitali” ha delegato l’esecutivo a una riforma organica del Testo unico della finanza.
L’art. 19 indica, tra i criteri direttivi, l’esigenza di favorire l’accesso delle imprese al capitale di rischio e di “aumentare la competitività del mercato nazionale”, quale infrastruttura di crescita, riducendo obblighi e oneri. Su quella delega è stato costruito uno schema di decreto legislativo che riforma il TUF e alcune norme del codice civile. La riforma – se n’è scritto anche in queste pagine – pur con alcune perplessità sembra muovere in quella direzione.
Cos’è la Tobin tax
La stessa stagione, però, consegna un messaggio diverso sul versante fiscale. La legge di bilancio 2026 interviene sull’imposta sulle transazioni finanziarie, la cd. Tobin tax (introdotta nel 2012). È un aumento che raddoppia il prelievo su molte operazioni, sostituendo l’aliquota dello 0,2% con quella dello 0,4%. Il medesimo intervento ritocca anche l’imposizione sul trading ad alta frequenza: dallo 0,02 allo 0,04%. Le nuove aliquote si applicano dal 1° gennaio 2026. Ma se l’obiettivo è accrescere la competitività di Piazza Affari, il costo della transazione non può essere un dettaglio: una tassa sulle compravendite incide sulla micro‑struttura del mercato, tende ad allargare gli spread e riduce l’incentivo a fare market making. L’attrito fiscale si riflette sul costo del capitale delle imprese quotate e, più in generale, sulla convenienza di usare il mercato come canale di finanziamento: quando la liquidità cala, il premio al rischio sale.
L’operatività
C’è poi il profilo della concorrenza tra sedi di negoziazione. Oggi l’operatività può essere instradata con facilità tra mercati regolamentati e piattaforme alternative, spesso con logiche algoritmiche che selezionano la venue anche in base ai costi complessivi. Il routing cross‑border è fisiologico nel quadro MiFID II. In questo contesto, un raddoppio della Tobin tax assomiglia a un incentivo involontario allo spostamento operativo: chi può ottimizzare sposta, chi non può paga. Ne derivano volumi più bassi e un mercato più sottile, che è l’opposto di ciò che serve quando si vuole attrarre investitori internazionali e trattenere liquidità domestica.
Si dirà che serve gettito
Si dirà che serve gettito. Non solo è un argomento profondamente illiberale, ma va comunque confrontato con gli effetti di secondo livello (e di lungo periodo): se i volumi scendono, la base imponibile si restringe e l’incremento d’aliquota rischia di produrre risultati inferiori alle attese. Soprattutto, la scelta comunica al mercato un segnale di incoerenza: mentre si promette una piazza più competitiva, si aumenta il prezzo di utilizzo di quella stessa piazza. La competitività dei mercati finanziari richiede coerenza tra regole e incentivi. Se si vuole davvero favorire quotazioni, attrarre investitori e trattenere liquidità, la domanda resta semplice: perché rendere più oneroso, per definizione, il gesto elementare su cui il mercato vive, cioè lo scambio?
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