Negli ultimi anni il welfare aziendale ha smesso di essere percepito come un costo accessorio per le imprese, trasformandosi sempre più in uno strumento strategico di organizzazione del lavoro, attrazione dei talenti e crescita della produttività. In un contesto segnato da pressione inflattiva, cambiamenti demografici e trasformazione dei modelli occupazionali, le politiche di welfare non rappresentano più solo un beneficio sociale, ma un vero investimento economico. Quando il welfare funziona, infatti, riduce il turnover, migliora il clima interno, rafforza il legame tra impresa e lavoratori e incide direttamente sull’efficienza organizzativa. Non si tratta soltanto di servizi o agevolazioni fiscali, ma di una diversa architettura del rapporto di lavoro, in cui la qualità delle condizioni offerte ai dipendenti diventa parte integrante della competitività aziendale. In questa prospettiva, la direzione verso cui il sistema si sta muovendo è quella di un welfare sempre più concreto e spendibile, con sempre meno credito inutilizzato.

I dati Coverflex mostrano che nel 2025 il 78% dei crediti welfare erogati ai dipendenti viene speso entro i primi tre mesi: un indicatore significativo perché segnala che il beneficio non resta teorico ma arriva realmente alle persone, trasformandosi in servizi, consumi e sostegno al reddito. Questo aspetto è decisivo anche dal punto di vista macroeconomico, perché un welfare effettivamente utilizzato produce effetti moltiplicativi sul benessere dei lavoratori e sulla domanda interna, contribuendo indirettamente alla crescita. Accanto alla spendibilità emerge poi un secondo elemento strutturale: sempre più dipendenti scelgono consapevolmente il welfare rispetto alla liquidità immediata. Nelle aziende analizzate da Coverflex, il 74% dei lavoratori che ha ricevuto un premio di risultato ha deciso di convertirlo in welfare.

Il dato segnala non solo convenienza fiscale, ma un cambiamento culturale: il welfare viene percepito come uno strumento capace di generare valore reale per la persona e per la famiglia. È qui che entra in gioco anche il tema dell’educazione finanziaria, perché la scelta di trasformare un premio monetario in servizi, sanità integrativa, sostegno alla genitorialità o formazione implica una maggiore consapevolezza economica e una visione più lunga del proprio benessere. Per le imprese questo passaggio è tutt’altro che neutrale. Un sistema di welfare ben progettato consente infatti di legare gli incentivi alla produttività, rafforzare il coinvolgimento dei lavoratori e rendere più efficiente la distribuzione del costo del lavoro, favorendo al tempo stesso la stabilità occupazionale.

In una fase in cui la crescita italiana resta fragile e la competitività si gioca sempre più su capitale umano, innovazione e organizzazione, il welfare aziendale diventa quindi una leva di politica economica oltre che di gestione d’impresa. Agevolarlo significa non solo sostenere i redditi, ma migliorare la qualità del lavoro e rafforzare la capacità produttiva del sistema. Per questo il tema non riguarda più soltanto le grandi aziende, ma sempre di più anche le PMI, dove il welfare può diventare uno strumento decisivo per trattenere competenze e accompagnare la trasformazione del lavoro. La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: passare da un welfare inteso come benefit accessorio e quindi spesso superfluo o non funzionale a un welfare strutturale come possibile leva della retribuzione e infrastruttura della produttività, capace di incidere, attraverso la generazione di valore nella singola azienda, sul funzionamento complessivo dell’economia reale.