L'intervista
La pena di morte divide politica e società israeliane, il rabbino Cipriani: “Scegliere la vita, non prevalga l’odio”
Il Rabbino Haim Cipriani, guida spirituale nota nell’ebraismo progressive, è tra le voci più autorevoli degli studiosi italiani della Torah. Attento al dialogo tra tradizione e modernità, ha dedicato i suoi studi al Talmud, con particolare sensibilità ai dilemmi etici del nostro tempo.
Rabbino Cipriani, chi ha a cuore Israele oggi si interroga sulla pena di morte. Come inquadrare questo tema nella tradizione ebraica?
«La tradizione ebraica riconosce il male e la necessità di combatterlo, talvolta anche di sradicarlo. Ma al tempo stesso esprime una profonda cautela verso una società che si abitui a dare la morte. Non è solo il problema del colpevole: è il problema della società che decide di uccidere».
Qual è il punto di svolta tra difesa e giustizia istituzionale?
«È una distinzione fondamentale. Una risposta immediata, anche violenta, può rientrare nella legittima difesa. Ma quando si entra nel campo della giustizia codificata, tutto cambia: servono principi, equilibrio, lucidità. La giustizia non può essere guidata dall’emergenza».
Quali sono questi principi nella visione ebraica?
«Il primo è il riconoscimento dell’inviolabilità della vita umana, perché ogni essere umano è creato a immagine divina. Non esistono eccezioni. Anche quando la Bibbia prevede la pena capitale, la tradizione rabbinica ne limita drasticamente l’applicazione».
Può fare un esempio concreto?
«Il Sinedrio, il Sanedrin, che era il massimo tribunale, arrivò a sospendere di fatto la pena di morte. Nel Talmud si racconta che, in un’epoca di grande tensione e sofferenza sotto il dominio romano, i maestri ritennero che non esistessero più le condizioni per applicarla in modo giusto. E decisero di rinunciarvi».
C’è una famosa massima rabbinica su questo tema.
«Sì. Rabbi Akiva e Rabbi Tarfon affermavano che, se fossero stati nel Sinedrio, nessuno sarebbe mai stato messo a morte. E un altro insegnamento talmudico dice che un tribunale che emettesse una condanna a morte ogni settant’anni sarebbe considerato “distruttivo”».
Questo significa che la pena di morte è incompatibile con l’ebraismo?
«Non è così semplice. Esiste a livello teorico, ma la tradizione ha costruito una resistenza pratica al suo uso. Perché si è compreso che la violenza legalizzata ha un costo spirituale enorme per la società».
Lei ha parlato di condizioni storiche difficili sotto i Romani. Vede analogie con Israele oggi?
«Con tutte le differenze del caso, sì. Israele vive una situazione drammatica. Questo va sempre tenuto presente. Ma proprio nelle situazioni drammatiche si rischia di perdere lucidità, e quindi di prendere decisioni che, nel lungo periodo, possono avere conseguenze profonde».
Nel dibattito si cita spesso il principio: “Se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo prima”.
«È un principio reale, ma va compreso bene. Non è una licenza indiscriminata. Riguarda la legittima difesa immediata, non la giustizia istituzionale. Quando si passa a tribunali, leggi, procedure, serve un altro livello di responsabilità».
Quanto pesa il rischio di errore giudiziario?
«Moltissimo. È una realtà inevitabile in ogni sistema umano. Per questo la Torah insiste: “Tzedek tzedek tirdof”, la giustizia, la giustizia perseguirai. Sottolineo: perseguirai. Non la possiederai mai completamente: puoi solo inseguirla. E se la giustizia è sempre approssimazione, togliere la vita diventa eticamente problematico».
C’è anche un tema più profondo: cosa accade a una società che esercita la morte?
«Esattamente. Il rischio è trasformarsi. Nella Hagadà si ricorda che gli egiziani non solo fecero del male agli ebrei, ma li trasformarono nel male. Il contatto con il male non è mai neutro. Anche quando è giustificato, lascia una traccia».
Questo vale anche oggi, nel contesto israeliano?
«Sì. Israele deve difendersi, e lo fa in condizioni difficilissime. Ma deve anche interrogarsi su cosa diventa nel farlo. È una domanda che non può essere elusa».
La società israeliana appare oggi molto divisa.
«È vero. E riflette la complessità dell’ebraismo stesso, che contiene al suo interno tensioni, visioni diverse, interpretazioni plurali. Questa pluralità è una ricchezza, ma nei momenti di crisi può diventare anche una frattura».
Esiste una risposta univoca, allora, su questi temi?
«No. L’ebraismo non offre mai risposte semplici. Offre strumenti, testi, discussioni. La Torah, il Talmud, la Hagadà sono luoghi di confronto continuo. Le risposte cambiano con i contesti».
E oggi, quale dovrebbe essere l’atteggiamento?
«Ascolto, responsabilità, consapevolezza del limite. E rispetto per una società che vive sulla propria pelle una minaccia reale. Ma senza rinunciare a interrogarsi eticamente».
Un’ultima domanda: si può difendere la vita anche quando si è costretti a combattere?
«È la sfida più difficile. L’ebraismo non celebra la sopravvivenza, ma la vita. E vivere significa anche non perdere se stessi. È un equilibrio fragile, ma è lì che si gioca tutto».
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