L’energia è tornata al centro della politica internazionale non come dossier tecnico o capitolo della transizione verde, ma come leva diretta di potere. Le immagini delle petroliere russe fermate, le dichiarazioni americane sul controllo delle riserve venezuelane, l’offensiva politica di Donald Trump sulla Groenlandia raccontano la stessa storia: chi governa l’energia governa gli equilibri geopolitici. Chi ne dipende, subisce. Con il Venezuela oggi sotto un controllo americano sempre più stringente, gli Stati Uniti concentrano circa il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio. A Caracas è presente anche ENI, che ora dovrà fare i conti con le incertezze e con le condizioni imposte dalla nuova gestione americana. Se per il petrolio il quadro resta articolato, sul gas naturale la dipendenza europea è ancora più evidente. L’Unione ha faticosamente ridotto l’esposizione verso Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina, ma il nuovo fornitore strategico, Washington, rischia di rivelarsi ingombrante.

In questo contesto l’Italia appare strutturalmente fragile. Importa circa l’85 per cento dell’energia che consuma e la sua dipendenza non è solo quantitativa, ma qualitativa: riguarda il gas, le materie prime critiche e le tecnologie necessarie alla transizione. La linea del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, è improntata al realismo. Il nuovo assetto internazionale impone di considerare l’energia una questione di sicurezza nazionale e di competitività industriale. I numeri sono chiari: la produzione nazionale di gas è scesa a poco più di tre miliardi di metri cubi, a fronte di consumi che superano i settanta. Un divario che espone il Paese a shock esterni continui. Da qui l’indicazione di aumentare la produzione interna, superando inerzie burocratiche e programmando nuove concessioni, non per inseguire l’autosufficienza ma per ridurre la vulnerabilità.

In questo quadro rientrano anche i rigassificatori e il ruolo dell’Italia come piattaforma energetica europea. L’obiettivo è coordinarsi a livello Ue, in particolare con la Germania, per garantire una domanda stabile e difendere la competitività delle imprese. Ma vanno attivati anche piani di emergenza. A fine dicembre il ministro Pichetto Fratin ha portato in Consiglio dei ministri un’informativa sulle centrali a carbone dismesse di Civitavecchia e Brindisi, valutate come possibile “riserva fredda”. Non un ritorno ideologico al passato, ma una scelta di sicurezza: mantenere impianti pronti all’uso in caso di emergenze, entro una cornice normativa compatibile con gli impegni europei.
Il dibattito politico resta diviso. Carlo Calenda continua a indicare il nucleare come la soluzione strutturale per uscire dalla trappola della dipendenza: sicurezza energetica, neutralità climatica, riduzione dei costi per famiglie e imprese. La proposta di reintrodurre il nucleare in Italia rompe un tabù che per decenni ha paralizzato ogni discussione sul mix energetico.

Matteo Renzi limita invece la sua analisi al piano energetico europeo: Trump utilizza l’energia come leva politica e, senza una strategia comune su energia e materie prime, l’Europa resterà strutturalmente esposta. Una lettura che coglie il problema, ma che lascia aperta la questione degli strumenti concreti. Più pragmatica la posizione dell’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini, che invita a prendere Trump sul serio. Se la Groenlandia è strategica per le risorse e per le rotte commerciali, allora l’Europa deve agire e non limitarsi a reagire: presidi, forze di intervento rapido, una presenza strutturata nell’Artico, con un ruolo attivo dell’Italia. Energia e sicurezza diventano così la stessa partita.

Il futuro non si gioca solo sulle fonti tradizionali. Le materie prime critiche sono il nuovo terreno di competizione globale. Platino, palladio, rodio: senza questi metalli non esistono catalizzatori, elettrolizzatori, celle a combustibile. Il progetto europeo ChemPgm, con la partecipazione di ENEA, punta a ridurre la dipendenza dall’estero attraverso il recupero e il riciclo. Non è un dettaglio tecnico, ma una questione di sovranità industriale. L’Italia si è presentata ieri al CES di Las Vegas con startup e centri di ricerca dedicati all’energia pulita e all’innovazione industriale. Un segnale incoraggiante, che ora può diventare strutturale. In questi giorni è attesa anche una nuova rata del Pnrr, destinata a dare impulso alla ricerca. Idrogeno, stoccaggio del fotovoltaico, nucleare di quinta generazione: sono ambiti nei quali le startup italiane primeggiano in Europa. Il capitale umano non manca.

Su questo punto arriva una critica netta dal Partito Liberaldemocratico. «Il Pnrr non è stato sfruttato fino in fondo, questo è certo. L’incompetenza della classe dirigente italiana è evidente. La necessità di passare con maggior decisione al nucleare di quinta generazione è urgente e non più rinviabile», dichiara la responsabile Esteri Alessandra Franzi. Un fatto è certo: l’energia non è più una variabile tecnica, ma una questione di sovranità. Chi governa l’energia governa il futuro. L’Italia non può più permettersi di subirlo.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.