Andrea Cangini, giornalista e già senatore della Repubblica, oggi è Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi e co-fondatore del Comitato SìSepara, il movimento civico che sostiene il referendum sulla separazione delle carriere.

Cosa succede? Leggo che l’Ordine dei Giornalisti avrebbe finanziato associazioni impegnate per il No al referendum. Se fosse davvero così, è chiaro che dovrebbero dimettersi domani stesso. E che forse dovrebbe essere aperta un’inchiesta…
«Ho letto un post di Francesca Filippi, collega di Adnkronos che fa parte del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e ha diffuso la notizia precisando di essere stata tra gli otto contrari. Ci sono stati 33 voti a favore, 8 contrari, 4 astenuti e 12 non presenti. Il Consiglio ha discusso dell’opportunità di finanziare Articolo 21, contro cui non ho assolutamente nulla ma che è un soggetto in campo nella campagna per il No. Dal loro sito si capisce che questa è la priorità del momento, e ciò non si concilia con le funzioni statutarie di un ente pubblico come l’Ordine, che all’articolo 6 delle sue linee guida dice chiaramente di non poter sostenere organizzazioni politiche o sindacali. Se un’associazione è schierata in un Paese spaccato in due, sostenerla economicamente è incompatibile con la neutralità dell’Ordine».

Questo apre una riflessione più ampia: hanno ancora senso gli ordini professionali? E questo Ordine, in particolare?
«Ricordo un passaggio di un articolo del 1945 di Luigi Einaudi: diceva che “giornalisti si nasce”, e che l’idea di cattedre, esaminatori ed esami di giornalismo è “grottesca”. L’Ordine dei Giornalisti è un’assurdità tutta italiana, voluta da Benito Mussolini per inquadrare la categoria. Oggi i tempi sono cambiati, certo, ma l’impianto è quello: una struttura burocratica che si autoalimenta. Ogni anno, quando pago la mia quota all’Ordine, mi chiedo se non sarebbe più utile donarla in beneficenza. Questa decisione dell’Ordine d’altronde è l’effetto del clima avvelenato che circonda il referendum. È la nostra maledizione: drammatizzare ogni riforma, a prescindere da chi la propone, e trasformarla in un conflitto apocalittico sulla democrazia. Non è così. La Repubblica è solida, la democrazia è consolidata. Bisognerebbe tornare al merito».

Il dibattito avvelenato allontana dal merito della riforma?
«Completamente. Gli italiani voteranno il 22-23 marzo su una riforma che riguarda lo Stato di diritto e dà attuazione alla Costituzione. Si può essere contrari, ma i giornalisti — più di tutti — hanno il dovere morale di spiegare il merito, non di alimentare paure. Invece vengono sollecitati sentimenti che i social amplificano. Ed è grave che questa distorsione sia alimentata anche da un’associazione privata che rappresenta un ordine dello Stato: l’Associazione Nazionale Magistrati. Questo è ai limiti dell’eversione».

Si riferisce alla campagna dell’ANM nelle stazioni?
«Sì. Quei pannelli luminosi che dicono “la politica vuole controllare i giudici” sono falsi. Più che falsi. Capisco i partiti che distorcono la realtà: è un malcostume. Ma che lo faccia chi rappresenta la magistratura italiana è gravissimo».

Che dire allora dell’accostamento del PD tra CasaPound e chi sostiene il Sì?
«È una posizione infame. Ieri ero a Bologna con Augusto Barbera, Antonio Di Pietro e Luigi Salvato, procuratore generale della Cassazione fino a due mesi fa. Dire che siano tutti neofascisti… ce ne vuole! Barbera era furibondo, giustamente. Poi qualcuno ha sostenuto che la vittoria del Sì indebolirebbe la lotta alle mafie. Su quali basi? È diffamatorio: implica che chi sostiene il Sì voglia favorire la mafia o vilipendere la Costituzione. Non ci sto. Come cittadino prima ancora che come esponente di una fondazione».

Clima da «guerra santa». È il segno di un discorso pubblico degradato?
«La politica è conflitto, va benissimo. Ma c’è un limite. Tutti hanno interiorizzato la logica dei social: che è oppositiva, personalizzante, distruttiva. Non devi argomentare: devi dire che “lui” è un infame perché non la pensa come te. E così funziona. Ma questo significa uscire dal terreno della politica ed entrare in quello della sommossa. Ci si dovrebbe vergognare un po’».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.