Il professor Tomaso Montanari ha una fantasia che nemmeno Emilio Salgari. In un video divenuto virale, il rettore dell’Università di Siena evoca nientemeno che Giacomo Matteotti, il Ventennio, il fascismo, la P2, la fine della civiltà illuminista. Il tutto per convincere gli italiani a votare No al referendum sulla separazione delle carriere. Mancavano solo le cavallette.

Ora, che il fronte del No abbia scelto la strategia del terrore lo si era capito da un pezzo. Ma qui siamo oltre: siamo al procurato allarme storiografico. Perché il bello – anzi, il tragico – è che il professor Montanari cita proprio Matteotti. Giacomo Matteotti. Il giurista di Fratta Polesine che nel 1919, sulla Rivista penale diretta da Luigi Lucchini, scrisse a chiare lettere che il Pubblico ministero è parte e non Giudice, che chi accusa e chi decide devono appartenere a ordini distinti, e che la confusione tra le due funzioni produce – parole sue – una «fabbrica delle condanne». Esattamente ciò che la separazione delle carriere intende correggere. E chi fece il contrario? Il fascismo. Fu il Regio Decreto n. 12 del 1941l’Ordinamento Grandi, voluto da Mussolini – a consolidare l’unicità della carriera tra Giudici e Pubblici ministeri, in una logica di Stato totalitario dove la divisione dei poteri era considerata un intralcio. Montesquieu come nemico del popolo, insomma.

Dunque, ricapitoliamo: Montanari evoca Matteotti per combattere la separazione delle carriere. Matteotti era a favore della separazione delle carriere. E fu il fascismo ad abolirla. Se questo non è un autogol, è almeno un cortocircuito logico che meriterebbe una cattedra – di fantapolitica, però. Come avrebbe detto Leonardo Sciascia, a volte i professionisti dell’antifascismo finiscono per non sapere più nemmeno che cosa il fascismo abbia realmente fatto. E la Storia, quella vera, si vendica sempre di chi la usa come un randello senza averla letta.

Stefano Giordano

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