Economia
Mercosur, ora gli imprenditori scendano in piazza per la storica firma
«In un momento come questo, l’accordo con l’Unione europea è un grande esempio del fatto che, attraverso il dialogo e il buon esempio, si possono aprire mercati, rafforzare il multilateralismo e ottenere benefici anche sul piano della sostenibilità». È il vicepresidente del Brasile, Geraldo Alckmin, a ricordarci il rischio che l’Europa corre con il rallentare dell’entrata in vigore del trattato con il Mercosur. Mentre si credeva che fosse Davos il palcoscenico del dramma della nostra vecchia Europa, con Trump che demoliva le nostre languide certezze e il siparietto Lagarde-Lutnick, era invece l’Europarlamento a spararsi sui piedi. Con il rinvio alla Corte di giustizia Ue, l’accordo rischia di essere messo nel congelatore per altri due anni, che andrebbero a sommarsi ai già 25 durante i quali Bruxelles non è riuscita ad arrivare a un dunque. Un quarto di secolo di trattative infruttuose che dovrebbe far pensare di che mollezza muscolare è fatta l’Europa quando si tratta di fare scelte epocali.
Sì, perché con i dazi di Trump – minacciati, mai applicati alla lettera – la Cina che non smette di esportare e i mercati emergenti che prima o poi raggiungeranno i nostri livelli di industrializzazione, in gioco non ci sono solo i 14 miliardi di export Made in Italy. Come denuncia il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. In ballo c’è il modello di libera concorrenza e benessere per cui l’Unione europea è stata fondata.
Questo ennesimo stop al trattato è una sconfitta a tre facce. Per l’ennesima volta, la Commissione von der Leyen è sicura di poter decidere senza dover rispondere a Strasburgo. Lo sgambetto invece le arriva proprio dall’emiciclo, che non solo blocca il trattato, ma la mette di nuovo in discussione. Ieri è stata votata – certo, poi respinta – la quarta mozione di sfiducia. I patrioti l’avevano presentata lunedì, proprio sulla base del Mercosur. In appena cinque giorni, l’esecutivo europeo è stato messo in discussione dal Parlamento e dal suo ex primo alleato. Gli Stati Uniti d’America. Le voci che von der Leyen rimetta il mandato l’anno prossimo si fanno insistenti. Viene da chiedersi chi abbia il coraggio di raccoglierne il testimone.
Del resto, nemmeno l’Europarlamento può dirsi fiero di come ha condotto la vicenda. I suoi membri hanno preferito seguire il sentiment delle nazioni di appartenenza, piuttosto che gli ordini di scuderia dei gruppi. Popolari e liberali si sono spaccati. Patrioti e verdi hanno di nuovo condiviso la causa euroscettica. Le ragioni di Parigi e Varsavia – contrarie all’accordo – hanno prevalso sull’interesse comunitario.
La pressione – ed è qui il terzo autogol – di un gruppo di minoranza di agricoltori è stata più efficace di quella di un’industria manifatturiera, che include anche la filiera dell’agrifood come l’Italia sa bene, che invece ha una visione che va oltre le colonne d’Ercole dei mercati nazionali o dei consumatori di casa nostra. Dopo il Green deal, che ha innescato un processo di deindustrializzazione quasi irreparabile, l’Europa scherza ancora col fuoco. Se le imprese non mettono il naso in altri mercati, non ricevono quelle necessarie ventate di aria fresca che permetterebbero di stimolare la ricerca. No investimenti, no lavoro. Il paradigma è semplice.
L’accordo andrà ora in esercizio provvisorio? Può essere. A volerlo è la Germania, che ha bisogno di recuperare le lunghezze perdute con la crisi industriale dello scorso anno. A supporto di Merz dovrebbe intervenire subito Giorgia Meloni: senza la domanda tedesca, noi siamo messi male. D’altra parte, tutti gli imprenditori di buon senso dovrebbero schierarsi nelle strade di Bruxelles, al posto dei trattori, e spingere per entrare nel mercato latino-americano. Oggi. Non tra 25 anni ancora.
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